Uno spazio che aspira a fornire spunti di riflessione sulla realtà che ci circonda e che spesso sfugge ai nostri occhi, invisibile se pur nella sua disarmante evidenza. Una lettura rivolta a chi ha già messo in discussione se stesso, le ideologie dominanti e ciò che sembra non rientrare nella sfera delle proprie scelte, incrollabile, ineluttabile, ma anche a chi, pur rispettando ed amando sinceramente qualunque forma di vita al di là della specie, non è ancora riuscito a farlo.

domenica 29 dicembre 2013

Le pellicce della PETA e la realtà frammentata



16 dicembre 2013 - PETA dona cappotti in pelliccia e altri abiti in lana, pelle e cuoio ai poveri di Detroit. Rimando all'articolo sul loro sito web per leggere riguardo all'iniziativa in maniera più approfondita. 


Non sono contraria all'iniziativa per motivi che forse verrebbero definiti "dogmatici"; in realtà non posso neanche parlare di contrarietà. So rendermi perfettamente conto delle differenze di intento che muovono iniziative diverse, e riesco certamente anche a distinguere un intento positivo ed altruista da uno mosso invece da noncuranza, egoismo e convenienza. Si tratta di indumenti vecchi, di cui persone meno abbienti possono sicuramente usufruire e da cui possono trarre vantaggio in situazioni di estrema difficoltà. Quegli animali non torneranno in vita, assolutamente no. E si potrebbe anche dire che "almeno quelle morti non sono state vane e che andranno ad arrecare del bene". Però almeno una domanda credo possa essere lecita: il messaggio che viene veicolato potrebbe in un certo senso contenere in sè una contraddizione e non tener conto del legame tra due aspetti differenti di una stessa realtà? Potrebbe trasmettere l'idea che una vittima possa essere aiutata attraverso il risultato della vittimizzazione di un'altra, nel momento in cui invece io ritengo che la vittimizzazione di una possa essere condizione sufficiente proprio per il darsi della vittimizzazione di un'altra e che per eliminare una forma di ingiustizia sia necessario rifiutare e non ricorrere agli esiti dell'ingiustizia in qualunque sua forma? Mi fa pensare all'idea dello sfamare i bambini africani ricorrendo a prodotti animali, che sono una delle cause della loro malnutrizione. Il punto non sta nel fatto che quegli animali siano morti; sono morti comunque, e che se ne nutra l'uno o l'altro forse fa poca differenza; il punto non sta neanche nel fatto che quei prodotti siano una delle cause; potrebbero anche non esserlo in un legame diretto di causa ed effetto. Secondo me sta proprio nel messaggio che tende a creare una distanza tra la condizione dell'uno e la condizione dell'altro, come se le due cose non si implicassero a nessun livello e non avessero un'origine comune. 

Detto questo, per sottolineare quanto non ci sia critica nel mio scritto, ma solo voglia di pormi delle domande e comprendere se possono o non possono essere lecite, confesso di aver donato anch'io i miei abiti in lana e in altri materiali a persone che ne avevano bisogno. Mi chiedo soltanto se, al di là di un giudizio positivo immediato, in una prospettiva più ampia sia davvero questo il modo giusto di procedere e di pensare.


Il seme dell'ingiustizia




Può la lotta contro una particolare forma di ingiustizia non includere la lotta contro l'ingiustizia in qualunque sua forma? Può un movimento per la rivendicazione dei diritti di un gruppo non tener conto di tutti gli altri gruppi i cui diritti non sono riconosciuti?

L'attenzione rivolta ad alcune lotte portate avanti in nome della "giustizia" e la completa cecità nei confronti di altre dimostrano quanto sia scarsa e superficiale la comprensione del problema con cui ci si confronta. Esiste una radice comune a qualunque forma di ingiustizia, indipendentemente dai soggetti o gruppi di soggetti nei confronti dei quali viene perpetrata; esiste un meccanismo unico, che innescandosi dà vita ad una pluralità di manifestazioni diverse tra loro. Non tenerne conto, e rivendicare i diritti di alcuni gruppi ignorando o violando contemporaneamente i diritti di altri, siano essi umani o non umani, equivale a tentare di curare alcuni rami di una pianta lasciandone morire altri, senza rendersi conto che tutti fanno capo alla stessa radice malata che continua ad estendere la malattia anche a quelli che si è scelto di curare.
 

Significa rivolgere la propria considerazione esclusivamente a coloro ritenuti degni di riceverne, senza aver compreso che il reale fenomeno da avversare consiste proprio nell'istituzione arbitraria di un parametro in base al quale stabilirlo.
 

L'ingiustizia è un seme che, una volta lasciato in balia del vento, ha la facoltà di attecchire in qualunque luogo e di germogliare in qualsiasi forma.

mercoledì 6 novembre 2013

L'animale che non sono



Il termine "animale", si sa, è largamente abusato. E non soltanto perché, come scrive il filosofo Jacques Derrida, raggruppiamo ed appiattiamo sotto di esso una molteplicità di esseri viventi diversi tra loro per appartenenza di specie e per individualità, facendo del linguaggio l'elemento discriminante tra "noi" e "loro"; al contrario, accade spesso di assistere ad una sottrazione, all'esclusione di una moltitudine di specie animali che fa sì che altre specie (in genere un numero piuttosto ristretto) si trovino ad assumere impropriamente una valenza rappresentativa della realtà che questo termine, se pur vago e impreciso, vorrebbe e dovrebbe indicare. 

É il caso di alcune associazioni dichiarantesi "animaliste" le quali propongono, per la raccolta fondi in favore di alcune specie (come cani, gatti, ma anche caprette e conigli salvati dal macello e ospitati nel loro rifugio), cene benefit a base di formaggi, salumi e filetto di maiale, pur indicando fra i loro scopi principali la difesa degli animali, la sensibilizzazione dell'opinione pubblica e la promozione di una cultura del rispetto che li riconosca come soggetti di diritti. A questo punto, la domanda che sorge un po' a tutti spontanea ovviamente è: ma cosa si intende, allora, per animali? Si tratta di un errore? Di una frettolosa e non ragionata semplificazione? Potrebbe darsi. Così come potrebbe trattarsi di un modo per fare scena, guadagnare visibilità e attirare nell'immediato maggiori consensi pur continuando ad attuare, dietro le quinte, vantaggiose discriminazioni (fino al momento della promozione di una tale cena, si intende). Tutto è possibile, in realtà, a questo mondo; ma sinceramente credo che la risposta non coincida con nessuna di quelle sopra ipotizzate. 
Ho avuto modo di leggere una lunga serie di commenti riguardanti l'evento–cena di una delle associazioni in questione; gente che si accapigliava, che criticava, che faceva notare l'incoerenza; vegani contro onnivori, onnivori contro vegani, qualche vegetariano che spuntava timidamente nel mezzo. Come in qualunque discussione virtuale (e non solo), c'era chi utilizzava un tono offensivo e chi argomentava, chi usava logica e chi usava difese, chi era obbiettivo e chi rigirava le questioni a proprio vantaggio. L'evento era comunque palesemente imbarazzante, e l'incoerenza tanto evidente da suscitare critiche anche da parte di chi gli animali li sfrutta senza troppe remore. 
Piuttosto che commentare, essendo già stato detto di tutto e di più ed essendo già stato affrontato qualunque aspetto della questione, ho preferito leggere ed osservare ciò che si nascondeva fra le righe. Una o due le organizzatrice intervenute, non più di tre i sostenitori, ma interventi tali da chiarire in tutto e per tutto l'enigma sul significato della parola "animale" e sul malinteso venutosi a creare. Il maiale non è un animale. Sembra una banalizzazione, ma non lo è affatto. Le organizzatrici stesse hanno ribadito l'assoluta uguaglianza tra cani e maiali, attribuendo gli stessi diritti ad entrambi, ma ciò che si nascondeva dietro le loro parole, senza che se ne accorgessero minimamente, era esattamente l'opposto: il maiale non è un animale. 
Mi rendo conto di quanto sia difficile accorgersene per chi è ancora immerso in una cultura che segna confini discriminatori fra specie credendo di esserne uscito e riproponendosi di sensibilizzare proprio al riguardo di tale problematica. In sintesi, il loro intento era quello di raccogliere fondi per aiutare gli animali del loro rifugio, e preoccupate del fatto di non riuscire a raccoglierne abbastanza, hanno pensato bene di inserire cadaveri di altri animali (e derivati, che non sono certo da meno) nel loro menù per assicurarsi la partecipazione di un buon numero di onnivori (vale a dire coloro che nei loro scopi si ripropongono di sensibilizzare riguardo allo sfruttamento animale e che proprio in tale occasione avrebbero avuto modo di avvicinare). Il punto fondamentale, e anche più indicativo direi, è che non sono riusciti a vedere in tutto ciò nessuna incongruenza, e che né loro né tanto meno i due/tre appassionati sostenitori che hanno consumato la tastiera a furia di digitare frasi senza senso, sono stati in grado di comprendere le critiche che gli sono state mosse, per quanto gli siano state illustrate e spiegate accuratamente. Gli è stato mostrato quanto fosse illogico in generale ed oltretutto contrastante con gli scopi della loro associazione cercare di aiutare alcuni animali a discapito di altri che non valgono di certo meno, quanto non esistano animali di serie A e animali di serie B, quanto il logo della locandina, in cui apparivano anche animali "da fattoria" e la scritta "in difesa di tutti gli animali", contrastasse fortemente con il menù riportato alla sua sinistra. Nulla da fare. Completamente fuori strada. Non solo le loro risposte miravano a cercare delle pecche in chi voleva farli riflettere (secondo la logica del tutti colpevoli tutti assolti) piuttosto che ammettere la cantonata presa e, soprattutto, l'offesa perpetrata nei confronti del maiale, vero soggetto in quanto titolare di diritti, come loro affermano senza sapere neanche cosa significhi; no, si inoltravano anche in una sterile e fuorviante polemica sui destinatari del menù e su altre irrilevanti questioni. Ne sintetizzo qualcuna: "Non è una cena rivolta a voi vegani, la prossima volta la faremo per voi" - "Invece che pensare agli animali vi dà fastidio sedere a tavola vicino a degli onnivori o che i loro soldi vadano in difesa degli animali sfortunati" - "Invece che pensare ai veri problemi ci si concentra su cosa si mangia" e, per finire, il classico "Ognuno è libero di scegliere e di mangiare ciò che vuole e le nostre scelte vanno rispettate come noi rispettiamo le vostre". 
Qui mi si è aperto un mondo, davvero. Qui ho capito cosa significa dire a parole "il maiale è un animale" pur avendo la testa che non riesce affatto a vederlo e sentirlo come tale, nonostante qualunque meritevole sforzo. Se tutto ciò su cui ci si è riusciti a concentrare sono state le preferenze alimentari degli ospiti, il fastidio per il vicino di tavola, le tasche da cui sarebbero usciti i soldi, o peggio ancora, la libera scelta del "cosa" mangiare.. non mi sorprende affatto l'intera strutturazione dell'evento, e ciò che prima mi appariva come un controsenso mi sembra ora semplicemente logico e coerente. Si, perchè il maiale, ribadisco, non è un animale. É un "cosa" mangiare, non un individuo, e precisamente l'individuo di cui si parla in quel dato momento. Il maiale praticamente non esiste, nel discorso non lo si prende neanche in considerazione. Tutto viene ricondotto ad un dibattito tra due parti in gioco; poco importa se è di una terza parte che si sta parlando, se è il rispetto nei suoi confronti quello su cui si vuole far riflettere. I veri problemi sono altri, sono gli animali sfortunati del rifugio, i cani abbandonati nei canili; è ridicolo concentrasi su questioni minori e prive di importanza, come ad esempio l'allevamento, lo sfruttamento da parte dell'uomo di milioni di creature che nascono con un destino già segnato e che non conosceranno altro nella vita se non privazioni e morte. Certo, perchè questo non è considerato, non si sta parlando in realtà dello sfruttamento dell'animale maiale, ma solo del cibo che è nel piatto, che è qualcosa di diverso e che rimane confinato in una sfera separata. Eppure, proprio questo genere di risposte, volte a minimizzare il problema e a persuadere della sua inesistenza, sono quelle che più mi fanno capire quanto il problema in realtà esista e sia anche piuttosto grave. 
Si è parlato di cultura, di quanto sia radicato il mangiare animali a livello culturale, e quindi normale, ma il paragone con le abitudini culturali di altre popolazioni che si nutrono degli animali a favore dei quali loro hanno indetto la cena ha fatto semplicemente rabbrividire. É stato considerato offensivo, come se nei confronti di un cane anche un'abitudine culturale fosse da considerasi inaccettabile. Piuttosto che renderli coscienti del controsenso (come lo sarebbe indire una cena a favore dei maiali servendo cani affinchè possano accorrere anche ospiti cinesi e coreani per racimolare più soldi), non li ha smossi minimamente dalle loro posizioni, dimostrando ancora una volta quanto in realtà, nonostante tutte le belle parole, il maiale non sia a tutti gli effetti un animale e non goda quindi della stessa considerazione di cui godono altri animali a cui ipocritamente lo equiparano in quanto a diritti. 

"We do not see things as they are, we see things as we are", scriveva la scrittrice statunitense Anaïs Nin. Come darle torto? E infatti, proprio perchè le cose non si è stati in grado di vederle obbiettivamente per quello che erano e per quello che sono, per sottrarsi alla contraddizione non hanno cambiato menù, come molti gli avevano proposto di fare, offrendosi anche di cucinare per loro, rifare la locandina e partecipare (portando fondi) ad una cena finalmente cruelty free; hanno tolto il logo, così che non sia più menzionata la difesa del generico "animali". 

Caro Derrida, mi rincresce dirlo, ma mi sa tanto che ti sbagliavi; da quella compressione ontologica qualcuno è riuscito a sottrarsi eccome. Ed è riuscito, sempre ontologicamente, a materializzarsi altrove. Sotto forma di filetto.


giovedì 24 ottobre 2013

"Carne da macello"


Parlo da donna. E ciò che mi indigna, in quanto donna, non è il fatto di essere considerata "carne da macello", bensì il fatto stesso che esista una "carne da macello" a cui poter essere paragonata, quel referente-assente il cui significato originale è stato svalutato per divenire metafora di qualcos'altro ed essere così incluso all'interno di una gerarchia antropocentrica. Proprio noi donne, spesso vittime di discriminazione e mercificazione, attente in molti casi a tematiche di tipo sociale come il sessismo, dovremmo capire che qualunque forma di discriminazione si sviluppa dalla medesima radice; che si tratti di una differenza di razza, di sesso o di specie, la discriminazione è attuata sempre nei confronti del "diverso da sè", chiunque egli sia, e a seconda dello staus di colui che la attua, che sia bianco occidentale, uomo o ancor più semplicemente umano. Se io mi indignassi per il paragone con la "carne da macello", ma non per la "carne da macello" in sè, ritenendo di avere un diritto maggiore a non essere discriminata e mercificata, non farei che riprodurre lo stesso meccanismo a cui tento di oppormi, e il mio punto di vista specista avrebbe la stessa identica validità del punto di vista sessista di cui sono vittima. Pensateci.


Questo l'articolo della Repubblica Napoli.it, in cui si parla dell'indignazione delle utenti.

mercoledì 23 ottobre 2013

Perversione



Eppure esiste addirittura qualcuno a cui viene in mente di paragonare l'industria del latte alla predazione. Questo non fa che dimostrare quante acrobazie mentali si è disposti a compiere pur di convalidare le proprie aprioristiche certezze e mantenersi al riparo dalla scomodità del ragionamento e della messa in discussione di quanto si è sempre dato per scontato senza peraltro mai essersi interrogati al riguardo. Per chi non lo sapesse, le mucche non "fanno il latte". Eh no, non sono dei distributori, anche se ci vengono sempre dipinte come tali fin da quando siamo bambini, martellati da immagini e disegni in cui le mammelle sono praticamente più grandi delle mucche stesse, così che siano l'unica cosa a rimanerci impressa e a farci istituire un collegamento automatico con l'animale e la sua "funzione". Le mucche sono dei mammiferi, esattamente come noi animali umani. E per entrare nella fase della lattazione, esattamente come noi, devono partorire. Ne consegue che per produrre latte in continuazione, devono partorire in continuazione. I nascituri indesiderati non sono altro che scarti, a cui non si può permettere di nutrirsi del latte materno destinato dall'industria al consumo umano, rivolto ad individui già svezzati da tempo che non ne hanno alcun bisogno se non per togliersi lo sfizio di un cappuccino o di una torta o di un gelato (per altro realizzabili con una sconfinata varietà di alternative, altrettanto buone e maggiormente salutari). Queste meravigliose creature, piene di voglia di vivere e capaci di instaurare dei fortissimi legami emotivi, vengono separate immediatamente dalle loro madri e assassinate affinchè non consumino ciò che era a loro, e solamente a loro, riservato. Cosa ha a che fare tutto questo con la predazione? Il leone modifica forse geneticamente una mucca affinchè produca più latte? La insemina artificialmente affinchè abbia ripetute gravidanze? Uccide i suoi figli per rubare il suo latte? No, mi dispiace. Se vogliamo ragionare seriamente c'è la massima disponibilità, purchè il dialogo sia informato, costruttivo, libero da pregiudizi e non rivolto esclusivamente a sopraffare l'altro pur di uscirne indenni e non essere costretti a mettere in discussione i propri dogmi (perchè a questo punto, davanti ad una tale cecità e volontà di mantenerla a tutti i costi, è proprio il caso di parlare di dogmatismo). Mettere in atto un processo del genere, anche piuttosto complesso a livello di ingegno, attraverso il quale diviene possibile rubare il latte di un'altra specie e nutrirsene pur non avendone bisogno eliminando gli svantaggi economici che necessariamente ne deriverebbero, non ha nulla a che fare con l'istinto di sopravvivenza. É razionalità, calcolo allo stato puro; quel tipo di calcolo razionale che sconfina nella perversione.


Essendomi stato contestato l'utilizzo dei termini "razionalità" e "razionale", ci tengo a specificare in quale accezione li ho utilizzati e con quale significato. Considero il fatto di bere il latte di un'altra specie un qualcosa di altamente IRrazionale, così come considero IRrazionale il fatto di non porsi domande al riguardo dando per scontato che sia normale così e basta. La "razionalità" a cui mi riferivo è quella, in accezione puramente negativa, che spinge lucidamente a fare calcoli e a perseguire il proprio utile a discapito degli altri, riuscendo perfettamente nell'intento. Quella in grado di partorire le invenzioni più abiette; quella della mente fredda che misura, valuta i pro e i contro e poi calpesta chiunque intralci il suo cammino pur di eliminare gli svantaggi. Il consumatore è certamente irrazionale, ma l'uso della razionalità (nel senso sopra spiegato) di certo non è mancato nello strutturarsi dello sfruttamento sistematico di quelle povere creature.

Vorrei inoltre precisare anche il significato che attribuisco al termine "perversione" in tale contesto. Lungi dal ritenere perversi in senso stretto gli allevatori dell'industria lattiero-casearia (che altro non sono che imprenditori che svolgono il loro triste lavoro utilizzando gli strumenti di cui dispongono e che gli sono purtroppo consentiti dalla legge), ritengo invece che sia il meccanismo stesso ad essere perverso, e perverso nel senso di "calcolo geniale". Si usa infatti spesso l'espressione "mente perversa" proprio per indicare una "mente geniale" con valenza negativa, in grado di ordire qualunque efficientissima trama al fine di raggiungere i propri obiettivi.

Rispettare il "diverso"



Non si tratta di "innalzare" gli animali non umani al livello di quelli umani, nè di dimostrare quanto siano intelligenti e di quali mirabili facoltà siano dotati affinchè gli possano essere riconosciuti un valore e una dignità. Non esistono livelli, non esistono un sopra e un sotto; non esistono gerarchie da scalare. Parlare di minore o maggiore evoluzione è fuorviante, poichè i termini "maggiore" e "minore" implicano il riferimento ad un parametro, che è funzionalmente un parametro umano e di conseguenza antropocentrico. Il rispetto dell'altro, per essere davvero tale, dovrebbe invece configurarsi necessariamente come rispetto della diversità, come riconoscimento di un valore in ciò che è distante da sè e in cui non ci si rispecchia, altrimenti resterà sempre e soltanto una sterile contemplazione del proprio riflesso.


domenica 9 giugno 2013

Che fine ha fatto la dignità?

La sezione italiana del CIWF (Compassion in World Farming) ha lanciato il 30 maggio scorso una campagna dal titolo "Sonodegno" al fine di richiamare l'attenzione dei consumatori sulle orribili privazioni subite dagli animali da reddito - nello specifico i suini - all'interno degli allevamenti intensivi, e con l'intento di denunciare "le inutili crudeltà a cui sono sottoposti a milioni ogni anno".
Gli argomenti su cui si fa leva ruotano attorno al riconoscimento di tali animali quali esseri senzienti, dotati di una propria individualità e di una propria dignità intrinseca, e si articolano mediante l'istituzione di un parallelo con i cosiddetti "animali da affezione" e mediante la rivalutazione di alcune caratteristiche loro connaturate quali intelligenza, socievolezza ed istinto materno. 
Riporto alcuni estratti dal sito della campagna:

"Un maiale – cucciolo o adulto – non è diverso, dal punto di vista dell’intelligenza e della capacità di sentire, da un cane o da un gatto. La differenza è solo nello sguardo di chi lo osserva. Al pari degli animali da compagnia, anche quelli da allevamento sono creature intelligenti e individui unici. Eppure, persino in aree del mondo come la nostra che vantano una cultura cosiddetta evoluta, è tollerato che milioni di animali siano trattati in una maniera in cui non ci sogneremmo mai di trattare i nostri cani o i nostri gatti."

E ancora:

"La scrofa è una madre amorevole. In natura, prima di partorire, cerca materiali come foglie o rami per costruire un nido sicuro per i suoi piccoli. Il suo istinto materno è così forte che lo prepara anche quando dispone già di lettiera di paglia. [...] Prima di sdraiarsi esplora con il muso tutto lo spazio circostante, per assicurarsi che non vi sia nessuno dei suoi piccoli. Se per caso un cucciolo rimane sotto di lei, al primo richiamo la scrofa si rialza immediatamente, e controlla che non gli sia successo nulla."

Mi risulta piuttosto difficile credere che nello sguardo di chi sostine che "la differenza è solo nello sguardo di chi lo osserva" non continui a riprodursi, di fatto, tale stessa differenziazione. E questo perchè il parallelo istituito con gli animali da affezione non ha affatto l'intento di disincentivare il consumatore esortandolo a non fare distinzioni e a riservare ai suini lo stesso identico trattamento riservato a cani e gatti; l'intento della campagna, in realtà, è quello, ancora una volta, di indirizzarlo verso un consumo consapevole, compassionevole e volto, paradossalmente, al rispetto della propria merce di consumo (vedasi la sezione dal titolo "Le alternative"). L'accento è posto sulla considerazione marginale che milioni di animali sono trattati in un modo in cui non ci sogneremmo mai di trattare il nostro cane e il nostro gatto, ma sorvola elegantemente sulla questione fondamentale, e cioè che in realtà non ci sogneremmo mai neanche di allevare il nostro cane o il nostro gatto a fini alimentari o per qualunque altro fine che non sia una convivenza basata sullo scambio tra due individui che vivono per se stessi e non l'uno come merce per i fini dell'altro.

L'interessamento alle condizioni degli animali considerati res all'interno delle società umane è da considerarsi senza dubbio apprezzabile, salvo la contraddizione fin troppo manifesta su cui qualunque campagna welfarista si struttura. Il riferimento al "benessere" e alle cinque libertà di cui l'animale non umano avrebbe il diritto di godere è altamente incompatibile con il ruolo che egli stesso ricopre all'interno del sistema produttivo, ancor più nel momento in cui si fa esplicito riferimento alla sua individualità. Parlare di individualità, proponendo dunque la sostituzione della concezione dell'animale quale merce rinnovabile con una nuova concezione che tenga conto delle sue esigenze in quanto individuo unico, ha delle conseguenze enormi che non possono in alcun modo venire ignorate come di fatto ripetutamente accade. Si tratta, in primis, di stabilire se l'animale sia un oggetto o un individuo, e ciascuna delle due alternative comporta delle differenze sostanziali nel modo di pensarlo e di trattarlo. Un individuo non necessita di leggi per la regolamentarizzazione del suo sfruttamento, in quanto è la legittimità stessa dello sfruttamento a crollare dinnanzi alla sua incompatibilità con il riconoscimento dei diritti fondamentali dell'individuo. Un oggetto, se di un oggetto si tratta, può essere invece liberamente utilizzato e sfruttato a seconda di quanto le esigenze lo richiedano.
La contraddizione insita nell'approccio welfarista e, nel caso specifico, nella campagna "Sonodegno", ricalca quella che è la grandissima contraddizione legislativa al riguardo della tutela degli animali. L'art. 544-bis del codice penale recita che "Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona la morte di un animale è punito con la reclusione da quattro mesi a due anni", lì dove, in merito alla definizione di "crudeltà", la Corte di Cassazione stabilisce che "la crudeltà è di per sé caratterizzata dalla spinta di un motivo abbietto o futile. Rientrano nella fattispecie le condotte che si rivelino espressione di particolare compiacimento o di insensibilità con atti concreti di crudeltà, ossia l'inflizione di gravi sofferenze fisiche senza giustificato motivo". La norma nasce dall'esigenza "di tutelare l'esistenza in vita di qualsiasi animale domestico, selvatico o addomesticato, ponendolo al riparo da atti di crudeltà o non necessari". Particolare attenzione merita la definizione del concetto di assenza di necessità, che per la Corte di Cassazione identifica, oltre alla legittima difesa, "ogni altra situazione che induce all'uccisione o al danneggiamento dell'animale per evitare un pericolo imminente o un danno giuridicamente apprezzabile".

Ora, alla luce del fatto che quello di necessità dovrebbe essere un concetto ben definibile, facilmente individuabile lì dove non esiste un'alternativa (nonostante poi gli venga attribuito un significato del tutto arbitrario) e alla luce del fatto che è stato ampiamente dimostrato che il consumo di animali e loro derivati NON è affatto necessario (divenendo quindi una questione di comodità, di gusto, e quindi uno tra i motivi più futili), la legge dovrebbe quanto meno rivedere le proprie formulazioni e prendere atto delle conseguenze che dette formulazioni comportano. É piuttosto deviante e ingannevole parlare di "benessere" e di norme contro il maltrattamento all'interno di un contesto che può in tutto e per tutto, in virtù dell'assenza di necessità, considerarsi esso stesso una forma di maltrattamento e - volendo essere ancora più precisi - la forma più alta di maltrattamento concepibile, in quanto privazione dell'individuo del diritto fondamentale alla vita. Campagne volte alla promozione del benessere degli animali da reddito, nonostante dichiarino di avere seriamente a cuore la cura dell'animale non umano, non tengono in realtà minimamente conto di una possibile alternativa; se l'obiettivo fosse quello di essere realmente compassionevoli, probabilmente si orienterebbero verso la promozione di una concezione nuova, volta seriamente al riconoscimento della sua individualità e all'abbandono, semmai graduale, di una visione che lo condanna ad oggetto di proprietà di cui disporre. Ma l'obiettivo, fin troppo visibile, non è affatto "essere" compassionevoli, bensì "mostrarsi" tali, al fine di tacitare il senso di colpa del consumatore - che tra l'altro si deresponsabilizza ulteriormente imputando la colpa delle sofferenze all'allevatore "cattivo" - e di continuare a promuovere il consumo di "prodotti animali" (che nel frattempo, per loro bocca, sono diventati paradossalmente individui), assicurandosi che non vi sia un calo dovuto all'emergere di una nuova consapevolezza. Già il ricorso al concetto di compassione dovrebbe quanto meno renderci scettici: l'animale non umano non è un nostro pari, con uguali dignità e diritti, ma qualcuno (o qualcosa) da guardare dall'alto al basso, a cui si può scegliere di riservare un trattamento tutto sommato migliore e a cui rivolgere un pensiero mentre facciamo la spesa, informandoci magari di quale sia stata la sua storia prima di finire a pezzi nel nostro carrello.

É d'obbligo, inoltre, precisare quanto un tale approccio non solo sia inaccettabile da un punto di vista etico per gli evidenti motivi di cui sopra, ma anche incurante della sua irrealizzabilità da un punto di vista pratico. In un mondo sempre più in crisi a causa dello scarseggiare delle risorse e in cui una particolare attenzione è rivolta alla questione della sostenibilità, si rende necessario riflettere un attimo e focalizzarsi sul perchè della nascita dell'allevamento intensivo. Questo tipo di allevamento nasce da un'esigenza di ottimizzazione delle risorse, concepito in maniera tale da fornire una risposta adeguata e funzionale alla crescente richiesta del mercato. La logica che lo guida è la massima quantità di prodotto al minimo costo e utilizzando il minimo spazio. L'allevamento intensivo, e con esso le privazioni che gli animali in quanto prodotti sono costretti a subire, è l'inevitabile conseguenza di una richiesta elevata. Orientare tale richiesta verso altre forme di produzione, senza portare avanti un serio impegno che miri alla disincentivazione, è inattuabile in termini pratici e di profitto, salvo trasformare il "rispettoso" allevamento biologico - in cui comunque non mi risulta che gli animali si intrattengano spontaneamente e che muoiano di morte naturale come per un individuo ci si potrebbe auspicare - nel nuovo allevamento intensivo del futuro, destinato a mutarsi per far fronte ad una richiesta non più ristretta ma su scala globale.

Le immense contraddizioni insite in tale approccio poggiano sempre su di una visione dell'animale non umano che non riesce a collocarsi in un punto ben preciso, destinata a permanere in un limbo in cui, volontariamente e funzionalmente, individualità e mercificazione si sovrappongono e confondono fino a creare un tutt'uno indistinto in cui non esistono diversificazioni di sorta. É importante, invece, esigere una risposta chiara, nonchè il riconoscimento e l'applicazione di ciò che consegue a tale risposta: se l'animale non umano è un oggetto, come tali campagne lasciano ancora supporre invitando il consumatore a non abbandonarne l'uso (che sia compassionevole o meno è davvero cosa di poco conto), il suo utilizzo a livello intensivo è pienamente giustificato, proprio in quanto oggetto di proprietà da sfruttare a seconda delle esigenze di chi lo detiene appositamente a tal fine; il perseguimento del suo benessere in quanto merce non potrà mai tramutarsi in un sacrificio della logica del profitto e delle esigenze - se pur futili - del consumatore umano. Se invece gli si attribuisce lo status ontologico di individuo, come tuttavia "Sonodegno" sembra voler fare, dovrebbe essere il concetto di proprietà stesso a crollare, e con esso quello della legittimità delle pratiche non solo di sfruttamento, ma anche di utilizzo; appare evidente, allora, come l'allevamento biologico cessi seduta stante di configurarsi come un'alternativa possibile.
 
Ricapitolando. "Sonodegno". 
Sono degno di cosa, esattamente? 

Senza ombra di dubbio c'è un estremo bisogno di campagne; ma non di campagne rivolte al riconoscimento della dignità dei suini o di qualsiasi altro animale da reddito, bensì intente nell'accurata ed incessante ricerca del significato ormai perduto del concetto stesso di dignità.

martedì 7 maggio 2013

Cosa significa essere "umani"?

Con tale domanda non mi riferisco ovviamente all'appartenenza di specie.

Ho avuto modo in questi ultimi giorni di soffermarmi a riflettere a lungo su espressioni di uso comune, colta da un senso di inspiegabile fastidio a pelle che mi ha spinto a cercare razionalmente un modo per renderlo un pò meno inspiegabile, a concretizzarlo e a formulare in maniera chiara la reale motivazione che desse un senso al suo scaturire.

Sento molto spesso, tra chi difende gli animali dalle nefandezze dell'uomo, espressioni quali "non siamo degni di considerarci esseri umani" o "in realtà di umano non abbiamo proprio nulla".
La domanda da porsi dinnanzi a tali espressioni non è affatto se effettivamente possediamo quelle caratteristiche che ci consentono a pieno titolo di definirci "umani", cosa che non sarebbe giusto negare; la vera domanda da porsi è quale significato attribuiamo in realtà all'aggettivo "umano" e al sostantivo "umanità".

"Umano" quale sinonimo di magnanimo, buono, caritatevole; "umanità" quale sinonimo di sensibilità, indulgenza, solidarietà.

L'animale umano ha sentito il bisogno di espellere al di fuori di sè qualunque caratteristica negativa, si è rifiutato di accostare alla sua natura qualunque termine potesse esprimere disposizioni non ammirevoli di cui anche egli, e a volte solo egli, è portatore e rappresentante, e si è innalzato al di sopra di tutto instituendo una contrapposizione, relegando quelli che sono i suoi atti malvagi e deplorevoli nella sfera della "bestialità". Chi ha la pretesa di definirsi "umano" non può contenere in sè vizi e difetti che nella maggior parte dei casi sono peculiari proprio della specie umana; chi ha la pretesa di definirsi "umano" non può rendersi artefice di azioni nefaste di cui molto spesso l'animale umano, data la sua razionalità, è l'unico artefice.

Ha trasformato il sostantivo neutrale che indica la sua semplice appartenenza di specie nella definizione di quell'insieme di qualità che ha desiderato attribuirsi, rimproverando a se stesso, nel momento in cui se ne scopre privo, di non meritare di definirsi parte di un cerchio che egli stesso, attraverso un colossale inganno, ha semanticamente ed ideologicamente delimitato.

Non è questa un'ulteriore gabbia all'interno della quale siamo rinchiusi? Non è questa un'ulteriore forma di violenza? Un'ulteriore forma di egoistica sopraffazione e di autocelebrazione?

Non si può essere degni o non degni di considerarsi o definirsi "umani". Non se scendiamo dal piedistallo e ci mettiamo in testa che la definizione "umano" non ha senso se non nella misura che, in preda ad un razionale delirio antropocentrico, gli abbiamo voluto arbitariamente attribuire.



domenica 28 aprile 2013

Sperimentazione animale - La "ragionevolezza" delle argomentazioni in favore

Probabilmente mi pioveranno addosso molte critiche, ma chi ha avuto modo di conoscermi conosce anche il mio punto di vista, le mie idee e il mio sentire, radicalmente contrario a qualunque forma di sopraffazione del più debole e a qualunque abuso nei confronti di creature innocenti. 
Sono un'appassionata sostenitrice dell'antivivisezionismo etico, una di quelle che tentano di fare un uso limitato se non nullo del cosiddetto antivivisezionismo scientifico. Mi si potrà certo contestare di non avere un senso pragmatico, di guardare con diffidenza a delle strategie che possono sicuramente rivelarsi più proficue nell'immediato e che possono significare materialmente, per gli animali non umani chiusi nei laboratori, la fine della loro detenzione e della loro ingiustificata sofferenza. Ma le polemiche e le reazioni scatenate in questi ultimi giorni dai cinque attivisti che hanno occupato il laboratorio universitario di Milano mi hanno dato modo di continuare a credere, forse erroneamente, che portare avanti un discorso dal punto di vista puramente etico rimanga, se non l'unico modo, almeno quello più efficace per scardinare una cultura che si basa sulla tortura e sulla manipolazione di altre vite senzienti. Anche se, mi rendo conto, si tratta di un discorso che ha presa minore, che fatica ad entrare nella mente e nella coscienza dell'essere umano che fa mostra, ancora una volta, della sua natura egoistica e volta ad accogliere maggiormente istanze che non lo privino del ruolo di protagonista.
Ho fatto volontariamente riferimento ad una sofferenza ingiustificata, e non ad una sofferenza inutile. Il dibattito è sempre più incentrato sull'utilità/inutilità della pratica. Mi verrebbe da dire trascendendo il concetto fondamentale, e cioè quello della sua illegittimità, che è esattamente quello che vorremmo far penetrare. Semplicemente, lasciamo la vittima della tortura sullo sfondo, e passiamo a questionare "tra di noi" (vale a dire tra animali umani a favore e contro la sperimentazione) la validità di una pratica scientifica. Così come potremmo dibattere di qualunque cosa su cui, semplicemente, non ci troviamo in accordo. Viene quasi da pensare che in una sottile sfumatura le due opposte fazioni siano unite, che portino avanti lo stesso discorso: la dignità dell'animale non umano non è equiparabile alla dignità dell'animale umano. E a dimostrazione di ciò il discorso verte su altro, su ciò che può arrecare vantaggio o svantaggio alla vita dell'animale umano.
Se proviamo per un attimo a non affrettarci a tacciare di irragionevolezza le argomentazioni di coloro che difendono la sperimentazione animale, potremmo accorgerci che tali argomentazioni, in realtà, non sono affatto irragionevoli. Mi spiego meglio: io sono la prima a parlare di irragionevolezza, ma ritengo che questa connotazione vada attribuita non tanto alle argomentazioni, quanto al punto di vista da cui tali argomentazioni scaturiscono. I ricercatori non nascondono affatto di attribuire alla vita di un topo un valore "inferiore" rispetto a quello che attribuiscono alla vita di un essere umano. Partendo da questo presupposto, è ovvio che credano nella legittimità del loro lavoro e che sostengano a spada tratta i benefici che possono derivare, per una specie, dal sacrificio di altre specie. Ed è altrettanto ovvio che il discorso proceda su dei binari paralleli, che non hanno modo di incontrarsi. 
Se provo a mettermi nella testa di un ricercatore e ad assumere il suo punto di vista, e soprattutto, se provo per un attimo a far finta che anche per me la vita di un animale non umano non sia equiparabile a quella di un animale umano, non vedo alcuna irragionevolezza nel parlare dell'utilità del modello della sperimentazione animale. Un esempio stupido: ho una sostanza potenzialmente ustionante e ho di fronte un essere umano e un oggetto (perchè l'animale è considerato alla stregua di un oggetto); la logica mi impone di provarla sull'oggetto per vedere almeno nell'immediato l'effetto che ha. Potrebbe non averne alcuno sull'oggetto, ma poi averne sull'essere umano, così come potrebbe averne direttamente sull'oggetto, e a quel punto avrò evitato che quell'effetto si verificasse sull'essere umano. Si tratta di prove, che hanno anche e certamente possibilità di errore, ma da cui qualcosa di utile può certamente venir fuori.
Non a caso, nel dibattito sull'utilità/inutilità del modello animale, i ricercatori e i loro sostenitori hanno sempre mille risorse a cui poter ricorrere; risorse che iniziano a mancare nel momento in cui la domanda verte su quali siano poi in realtà le motivazioni, scientifiche o non, del ritenere la vita animale non dignitosa quanto quella umana, e su quali siano i criteri in base ai quali risulti plausibile lasciarla all'esterno del cerchio di qualunque considerazione morale.
La ricerca scientifica non esula dalla morale, e i suoi stessi protagonisti affermano di far ricorso al modello animale a causa dell'impossibilità di avere a disposizione un modello umano su cui attuare le stesse tipologie di esperimenti. Di che impossibilità si tratta, se non di tipo morale?
Ne consegue che, per far rientrare anche l'animale non umano all'interno della sfera morale che decreti l'impossibilità di farne uso, bisogna prima scardinare l'assunto (irragionevole) da cui parte qualunque tipo di (logica) argomentazione, vale a dire l'equiparazione dell'animale ad un oggetto. E questo non è possibile concentrandosi sull'utilità/inutilità della pratica, lasciandolo quindi ancora una volta sullo sfondo esattamente alla stregua di un oggetto e facendosi inconsapevolmente complici dello stesso punto di vista di chi lo ritiene tale.
Un discorso di tipo etico invece, al contrario di un discorso di tipo scientifico, oltre ad essere la freccia che mira direttamente al bersaglio che intendiamo colpire senza girarci troppo intorno, porta i ricercatori a chiudersi nell'impossibilità di dare una risposta plausibile che possa legittimare l'assunto da cui partono, e li spinge, in mancanza di argomentazioni valide in merito,  a deviare miseramente la direzione del discorso verso lidi per loro più sicuri, o a dare risposte non pertinenti che indicano la deliberata volontà di non partecipare onestamente al dibattito, ignorando del tutto le istanze, le domande e le argomentazioni di chi hanno di fronte. Vacillano, si irrigidiscono, si nascondono dietro posizioni molto simili agli assunti universali tipici della religione che essi stessi deridono e disprezzano. La superiorità della vita umana rispetto a quella animale la si può sostenere ciecamente soltanto da un punto di vista religioso, che non è certo il loro. Dunque, la verità è che una domanda di tipo etico è forse l'unica in grado di far cadere questi ragionevoli individui e le loro ragionevoli argomentazioni in una permanente contraddizione.

sabato 6 aprile 2013

"Che ci fa una tigre al centro di Roma?"



Dovremmo ricominciare a chiedercelo.

Vediamo continuamente animali posti dietro le sbarre, umiliati, strappati al loro ambiente naturale ed incarcerati affichè ci sia data la possibilità di ammirarli per il nostro intrattenimento, per il nostro diletto. Per permettere ai nostri figli di conoscerli, di prendere contatto con loro, cementificati nella deviata convinzione che ciò possa portare ad amarli, a rispettarli.
Siamo così abituati a considerare gli esseri di altre specie delle nostre proprietà, e a trasmettere, attraverso la nostra indifferenza, questa stessa concezione ai nostri figli, tanto da non renderci conto dell'evidente tristezza dello spettacolo che ci si profila davanti. Incrociamo lo sguardo spento di una tigre che ci fissa, gli occhi negli occhi, da dietro le sbarre, e sorridiamo, ce ne compiaciamo, invece che scoppiare in lacrime. Siamo sordi al suo linguaggio, al suo disagio, a quei ruggiti tuonanti che ci attraggono e spaventano, che altro non sono che un disperato grido di dolore, di rabbia e di sconforto.
La guardiamo, la ascoltiamo, ma non vediamo e sentiamo nulla, nulla di ciò che dovremmo immediatamente vedere e sentire.

Leggere, studiare, documentarsi... sono tutte cose importanti, ma non potranno mai insegnare ciò che insegnano le proprie emozioni. E le mie emozioni mi insegnano che, spesso, sono le domande più semplici, se vogliamo anche le più banali, a permetterci di ricominciare a riflettere, a riprendere contatto con l'evidenza dei fatti e con la profondità di noi stessi, senza perderci in mille costruzioni logiche e in mille discorsi artefatti che purtroppo, in un sistema kafkiano come il nostro, in cui l'assurdo è la norma e la normalità è ciò che di più ridicolo possa esistere, sembrano non essere in grado di accendere il più piccolo barlume di ragionevolezza.

"Che ci fa una tigre al centro di Roma?" Questa frase al megafono è stata come uno schiaffo. Eppure io ero lì, ero lì a presidiare contro il circo, e non per assistere ad uno spettacolo. Ero lì per far riflettere, per trasmettere il messaggio che non può esserci nulla di divertente nel vedere un animale in gabbia privato della sua libertà, che non può esserci nulla di educativo nell'insegnare ad un bambino a considerare gli animali come delle proprietà da ammirare da dietro le sbarre, nell'insegnargli che è normale, normale sborsare dei soldi per comprare un biglietto; per comprare la vita e la dignità stesse di  individui come lui.

Ero lì per far riflettere, e sono andata via riflettendo.

Quelle domande che non ci facciamo e che non rivolgiamo mai ad altri, proprio perchè fin troppo semplici e scontate, proprio perchè convinti di sapere già molto di più e di saperlo spiegare molto meglio, sono quelle che hanno il potenziale più devastante. Perchè sono dirette, vanno alla radice senza perdersi nei labirinti sovrastanti in cui è sempre troppo facile trovare un appiglio o svoltare all'ultimo per riuscire a nascondersi. Perchè, davanti ad esse, sperimentiamo l'inevitabile crollo di tutto ciò che abbiamo costruito intorno e all'interno di noi stessi. Assistiamo alla totale incapacità di rispondere e di risponderci, di opporre una qualunque obiezione. Possiamo articolare discorsi complessi, possiamo cercare di spiegare attraverso milioni di parole concetti che non dovrebbero aver bisogno di essere spiegati e resi evidenti, così come possiamo fare lo stesso per il motivo opposto, per giustificare qualcosa che in nessun caso può essere giustificato; ma nulla varrà mai quanto quell'attimo di silenzio che segue ad una semplice domanda che disarma.

E allora chiediamo e chiediamoci: "Che ci fa una tigre al centro di Roma?"
Non esiste risposta che non appaia stupida o insensata. 





domenica 31 marzo 2013

Fino alla fine

Per tutta la vita, il mio cuore sarà sempre al fianco degli animali da reddito, i veri reietti della società, coloro posti sullo scalino più basso anche nella scala morale di chi si ripropone di rispettarli e riscattarli. Coloro che appare inconsapevolmente più accettabile sfruttare proprio perchè sfruttati. 
La stragrande maggioranza degli animali che difendiamo gode della nostra totale capacità di riconoscerli in quanto individui, grazie alla mancanza di un processo di astrazione che ci porta ad identificarli con una massa indistinta a cui sono attribuiti esclusivamente dei numeri. Sono animali che vivono per se stessi, non sfruttati, a cui la nostra mente è abituata ad attribuire un più alto valore intrinseco ed una più profonda dignità; animali domestici come cani e gatti, o animali selvatici quali volpi e grandi predatori, di cui affermiamo i diritti a gran voce senza alcun compromesso e senza mai passare nelle file di coloro da cui cerchiamo di difenderli; per i quali non rischiamo mai di macchiarci delle stesse colpe di cui ci macchiamo nei confronti di coloro che con maggiore facilità accettiamo di usare per un nostro beneficio. Solo l'idea di poterlo fare, o una tale insinuazione da parte di terzi, ci offenderebbe profondamente. Ma accettiamo e siamo in grado di trovare una giustificazione al fatto di commettere gli stessi atti e le stesse ingiustizie nei confronti di altre specie (e quali esse siano non è affatto un caso), senza sentirci offesi da noi stessi. Non ci appare dopo tutto così inconcepibile, non ce ne sentiamo indignati, non la percepiamo come una terribile offesa nei confronti del nostro animo, perchè di fatto, al nostro animo, appare maggiormente legittimo. Come se dovessimo privarci di qualcosa di nostro e di dovuto per far loro del bene, invece che sentire il loro utilizzo come un qualcosa che non ci spetta. Come se, nel rispettarli come faremmo con noi stessi, facessimo svogliatamente uno sforzo abnorme di cui lamentarci in continuazione e di cui rimarcare il peso dovuto alle nostre privazioni, invece che farlo silenziosamente con la gioia nel cuore, felici di fare nè piu nè meno di ciò che con il cuore ci sentiamo di fare e che sappiamo essere giusto fare.
Siamo stati noi ad arrogarci un diritto, e non possiamo perdere un diritto che, in fondo, non ci è mai appartenuto.

Se c'è una cosa fondamentale che ho imparato, è che non sfruttiamo gli animali perchè li riteniamo inferiori, come pensavo fino a poco tempo fa; li consideriamo inferiori proprio perchè li sfruttiamo. E su questo dovremmo riflettere tutti, gurdarci dentro per scoprire sulle nostre stesse emozioni e sensazioni il significato di questa profonda verità.  
Da questo nasce l'inconsapevole diversa considerazione in cui releghiamo quei reietti che sono gli animali da reddito, che ci rende così facile lottare per la risoluzione di un problema mentre scivoliamo di continuo, al tempo stesso, nella condizione di chi se ne rende parte e causa in prima persona.
Sono coloro i cui panni non riusciremmo mai neanche lontanamente ad immaginare di indossare, per quanto possiamo sforzarci di farlo. Siamo solo in grado di giustificare il loro utilizzo mediante le nostre necessità, senza renderci conto di quanto le nostre giustificazioni possano apparire assurde ed inconsistenti nel constatare che, in nessuna situazione, saremmo mai disposti a fare il cambio. La verità è che dovremmo vergognarci anche solo di presentare motivazioni che possano suonare plausibili; lungi dal farci scudo di una valida motivazione che possa glorificare il nostro agire, dovremmo vergognarci anche solo di pensare che una qualsiasi motivazione possa essere addotta.

Mi piacerebbe con tutto il cuore sapere una cosa. E si tratta di una domanda seria, per quanto invece possa sembrare retorica: cos'è, in realtà, lo sfruttamento animale? Questo orrore abietto che ci ripugna e contro cui ci battiamo... che cos'è? È davvero un concetto astratto, così lontano e diverso dalla sua pratica, dalle motivazioni di questa pratica e dai suoi frutti?
Non esiste alcun concetto astratto di tale sfruttamento, per quanto sia facile e consueto separare i due piani. È al contrario qualcosa di tangibile: è il suo stesso prodotto. È ciò che stringiamo fra le mani. Non esiste sfruttamento se non per ottenere un prodotto, sia esso carne, pelle, latte, formaggio, uova, lana o seta. Eppure la mente umana funziona in maniera tale da udire l'espressione "sfruttamento animale" e rabbrividire, sentendo crescere dentro di sè la ferma convinzione di non poter in nessun modo prenderne parte, e da vedere la forma tangibile di tale sfruttamento, quel prodotto che non è altro che lo sfruttamento stesso, senza rintracciarvi nulla di chè, senza percepirlo come un qualcosa di negativo, di offensivo. Senza provare indignazione. Senza accorgersi che quello che ha di fronte è, nella sua fisicità, quella stessa abiezione che la fa raccapricciare, quello stesso concetto astratto contro cui si schiera idealmente, senza mai vederlo davvero.

Fino a che avrò vita e mi occuperò di qualunque animale in difficoltà o trattato ingiustamente, non mi vergogno a dire che gli sforzi più sentiti saranno quelli compiuti per gli animali da reddito. Sono molti quelli che, per loro, non chiedono nulla, e non lo fanno perchè chiedere qualcosa per loro è impensabile e sentito come assurdo dai destinatari di quelle richieste. Non c'è nulla a cui appigliarsi: la loro condizione è istituzionalizzata, il loro massacro è la norma. Non si chiede nulla, perchè non c'è nessuno che possa e che voglia ascoltare. E allora si rinuncia. Si chiede (giustamente) qualcosa per coloro che hanno già un diffuso riconoscimento dei loro diritti, perchè le richieste in tal senso appaiono maggiormente legittime, e perchè un più consistente numero di persone si sente partecipe e si aggrega spontaneamente alla rivendicazione, non essendo nella condizione di chi è parte del problema. Ma loro.. loro che hanno maggiormente bisogno di noi, quei veri reietti della cui condizione non possiamo neanche avere una vaghissima idea, restano nuovamente in coda. La loro realtà, che è quella che ha più bisogno di essere messa in discussione affinchè quelle richieste smettano pian piano di apparire così assurde, resta ancora una volta indiscussa.
Ma non è esattamente questa messa in discussione lo scopo che ci siamo prefissi? Non dovremmo chiedere e chiedere, battere proprio su di loro, fino a che il divario non si restringa, fino a che tali richieste smettano di essere sentite come isolate follie e inizino finalmente ad acquistare legittimità?

Fino alla fine dei miei giorni, sarò schierata dalla parte degli animali da reddito. Perchè conducono la loro vita senza chiedere e avere nulla, perchè non sono loro a privare noi di qualcosa, ma noi a derubare loro di tutto e della loro stessa essenza di individui. Perchè, a differenza degli altri animali, hanno bisogno di essere difesi e protetti da tutti; non solo da cacciatori, bracconieri, commercianti e potenti senza scrupoli, ma anche dalla stragrande maggioranza della gente comune e, troppo spesso, anche dagli animalisti stessi.

Fatevi cadere il velo dagli occhi, toglietegli di dosso quell'etichetta di soggetti sfruttati, fatevi crescere dentro quella consapevolezza, quell'indignazione, che vi impedisce di essere parte del problema. Guardate, e comprendete, fate sì che il vostro comprendere diventi realmente quel punto di non ritorno.

Lasciateli stare. Se è per un vostro bisogno che vi capita di pensarci... dimenticatevi che esistono. Ve lo chiedo con tutto il cuore.









mercoledì 27 marzo 2013

E.. vabbè... ma.. che c'entra???

"Ritieni che le donne vadano rispettate?" "Certo che si!"
"Le stupri?" " Ma no!"
"E perchè no?" "Proprio perchè le rispetto!"

"Ritieni che i bambini vadano amati?" "Certo!"
"Li molesti?" "Ma cosa ti viene in mente? Assolutamente no!"
"E perchè no?" "Perchè è ovvio! Se li amo non li molesto e odio chi lo fa!"

"Ritieni che gli animali vadano rispettati e abbiano i nostri stessi diritti?" "Certo, loro non sono al nostro servizio, è atroce la sorte che l'uomo ha destinato loro ed è profondamente ingiusto, tutto questo non dovrebbe esistere!"
"Li mangi o prendi parte al loro sfruttamento?" 

"E.. vabbè... ma.. che c'entra???"


I meccanismi di questo dialogo immaginario, che fin troppo spesso, se non sempre, vediamo agire nella mente dei nostri interlocutori, sia che essi siano persone prive di qualunque sensibilità nei confronti degli animali ma anche, per contro, loro amanti, o addirittura attivisti animalisti che si indignano profondamente per le ingiustizie commesse nei loro confronti e che ogni giorno si battono per mettervi fine, ci forniscono una tangibile evidenza di quanto la società in cui viviamo provochi in noi un'alienazione, uno sfalsamento di livelli ed una distorsione nella percezione che ci porta a fallire miseramente nell'obiettivo di ricongiungere i piani e di riuscire a cogliere, mettendo più sensazioni a confronto, quella componente grottesca e priva di senso che attraversa molti di quegli assunti presentati e sentiti come quanto di più ragionevole possa essere concepito.
La nostra cultura ci insegna che è possibile amare gli animali e al tempo stesso sfruttarli, ucciderli, rendersi complici di una mentalità che li considera oggetti e che li priva della loro dignità. E noi la accogliamo, senza notare il benchè minimo contrasto, come fosse ragionevolmente possibile. Le due cose restano separate, senza che l'una escluda l'altra. Questo salvagente fa si che chiunque possa sentirsi confortato abbastanza nel declinare le proprie responsabilità, e percepire come un'intransigente esagerazione la logica, e questa volta davvero ragionevole, esclusione di una delle due affermazioni.

Se mettiamo a confronto le varie domande e le varie risposte del nostro dialogo immaginario, ci accorgiamo con estrema evidenza di quanto non siano i fatti ad essere differenti, ma la nostra percezione di essi, le nostre sensazioni riguardo ad essi. E la nostra percezione è diversa perchè, inconsapevolmente, diversa è la nostra considerazione del soggetto che prendiamo in esame. Ce lo ha insegnato una cultura (o società, o sistema) in cui siamo immersi e che abbiamo interiorizzato nostro malgrado, e abbiamo imparato a valutare la gravità o non gravità di una pratica, o la rilevanza o non rilevanza del prenderne parte (sempre od accasionalmente) in base ai dettami di questa cultura. Anche quando siamo fortemente convinti di rifiutarla o di averlo già fatto. Questo mi ha indotto più volte, nel corso delle mie analisi, a trarre la negativa e sconfortante conclusione che nell'essere umano non sia tanto una morale individuale a prevalere, quanto una "morale sociale".

Urge la necessità, prima ancora di combattere la realtà dello sfruttamento animale, di combattere all'interno di noi stessi quelle strutture di pensiero indotte che hanno offuscato e sfalsato la nostra genuina capacità di riflettere, di cogliere le evidenze, di sentire e di stabilire connessioni. Strutture di pensiero che rendono quello sfruttamento possibile, e che rendono possibile il nostro prenderne parte, lasciandoci, nonostante ciò, al sicuro nella confortante percezione che questo possa andare d'accordo con il significato di parole quali "amore" e "rispetto". 
Forse, prima ancora di lottare, urge la necessità di capire contro cosa e per cosa, in realtà, stiamo lottando.




domenica 17 febbraio 2013

La bisnonna di Rosita. Il paradosso che si svela.

Una sera, a tavola, mi è capitato di imbattermi in questa rassicurante quanto “curiosa” pubblicità. Nulla di raccapricciante; un’innocua pubblicità della Mulino Bianco, come tante di quelle che siamo abituati a vedere e costretti a sorbirci con un sarcastico sorriso sulle labbra – essendo ormai stanchi di questa fin troppo manifesta ipocrisia – di cui il tema del benessere degli animali, tanto in voga negli ultimi tempi in questa società perbenista e scrupolosamente attenta ai diritti del prossimo, sembra essere la colonna portante. Di fatto lo è. Ma analizziamola attentamente.
Due bambini, con una bianca gallina alle spalle di nome Rosita e con in mano un ritratto della sua bisnonna, si rivolgono alla loro cara amica ovaiola discorrendo di quanto la sua defunta antenata sarebbe felice di saperla non rinchiusa all’interno di una gabbia. Il tutto accompagnato da sorrisi compiaciuti e da ampie risate di genuina felicità e soddisfazione. La pubblicità termina con un primo piano del payoff “Mulino Bianco. Un mondo buono”, a seguito della precisazione che la suddetta casa utilizza solo uova provenienti da galline allevate a terra. Io, personalmente, sono stanca di assistere allo spettacolo di una realtà deformata, e deformata non solo perché anche gli allevamenti a terra non sono poi quei paradisi ovaioli che tutti vorrebbero far credere. La realtà è deformata e altamente paradossale per dei motivi che a mio avviso si trovano a monte, ma forse meno facilmente individuabili, soprattutto da chi, spettatore, accetta quella distorta realtà dei fatti con il classico velo di abitudine che ha reso opaco il suo sguardo – e lo sguardo di un’intera collettività – sin dalla nascita. Basti pensare a quanti, magari anche sostenitori dei diritti degli animali, di fronte a tale pubblicità sorriderebbero rincuorati andando fieri della Mulino Bianco, senza rendersi conto di qual è il vero messaggio che alla fine, spogliato della prima sensazione di sollievo e approvazione nei confronti di un diritto giustamente riconosciuto, rimane lì inceppato a stridere. O per lo meno dovrebbe. Si tratta dell’ennesima conferma di quanto le situazioni vengano esposte e recepite in base a dei parametri sfalsati rispetto a quelli che vigono all’interno della società dell’animale umano. Dell’implicita differenziazione di valore intrinseco – più o meno consapevole – che viene effettuata, data e presa per buona (e soprattutto come normale), comportando una conseguente differenziazione nel modo di proclamare e di recepire un diritto. Ora, dimentichiamo per un attimo la condizione in cui le galline sono costrette a vivere all’interno degli allevamenti intensivi. Dimentichiamo tutto ciò che conosciamo a proposito del loro sfruttamento, compreso il trattamento dei pulcini maschi, in virtù della loro inutilità. E dimentichiamo anche il tragico destino verso cui esse inevitabilmente corrono, tanto negli allevamenti intensivi quanto in ogni altro tipo di allevamento, compreso quello a terra. Quello che vi sto chiedendo, in sostanza, è di non pensare a ciò a cui è più facile pensare, e cioè al loro trattamento e alla loro fine. Immaginiamo un ipotetico quanto fantomatico paradiso – che potrebbe benissimo essere quello del contadino locale che dispone soltanto (e facciamo già attenzione al verbo “disporre”) di due o tre galline per il proprio sostentamento – in cui non solo le nostre amiche sono libere di razzolare nell’erba e vengono trattate con i guanti bianchi, ma in cui gli viene anche assicurata una dignitosa morte di vecchiaia.
Certamente, e non è ciò che miro a negare, una gallina che vive in un luogo del genere è immensamente più fortunata rispetto alle sue compagne che vivono in gabbia, ed è immensamente più fortunata rispetto a quelle altre che, se pur allevate a terra, sono stipate in dei capannoni. È più fortunata da ogni punto di vista, sia da quello del trattamento, che da quello della sua sorte. Ma c’è qualcosa che forse sfugge, e per riportarlo al luogo che dovrebbe competergli desidero rifarmi al concetto di “valore intrinseco” a cui prima ho accennato e alla definizione del concetto di dignità, contestandone al tempo stesso il punto di vista fortemente antropocentrico, delineata dal filosofo tedesco Immanuel Kant. Così scrive in “Fondazione della metafisica dei costumi”:

Nel regno dei fini tutto ha un prezzo o una dignità. Ciò che ha un prezzo può essere sostituito da qualcos’altro a titolo equivalente; al contrario, ciò che è superiore a quel prezzo e che non ammette equivalenti, è ciò che ha una dignità [...] Ciò che permette che qualcosa sia un fine a se stesso non ha solo un valore relativo, e cioè un prezzo, ma ha un valore intrinseco, e cioè una dignità.”
L’umanità [l'essere uomo] è essa stessa una dignità: l’uomo non può essere trattato dall’uomo (da un altro uomo o da se stesso) come un semplice mezzo, ma deve essere trattato sempre anche come un fine.”

So benissimo come Kant si serva di questa formulazione per farne motivo di discriminazione degli esseri viventi che non appartengono alla specie umana. Sempre parlando dell’uomo, prosegue infatti affermando:

In ciò appunto consiste la sua dignità (personalità), ed è in tal modo che egli si eleva al di sopra di tutti gli esseri viventi che non sono uomini e possono servirgli da strumenti.”

In “Metafisica dei costumi” leggiamo inoltre:

L’uomo considerato nel sistema della natura (homo phaenomenon [elemento del mondo sensibile], animale razionale), è un essere di importanza mediocre ed ha un valore modesto (pretium vulgare) che condivide con tutti gli altri animali che produce la terra. Ma considerato come persona, e cioè come soggetto di una ragione moralmente pratica, l’uomo è al di sopra di qualunque prezzo. Perché da questo punto di vista, come homo noumenon [membro del mondo intelligibile], egli non può essere considerato come un mezzo per i fini altrui, o anche per i propri fini, ma come un fine in se stesso, e cioè egli possiede una dignità (un valore interiore assoluto) mediante cui costringe tutte le altre creature ragionevoli al rispetto della sua persona e può misurarsi con ciascuna di esse e considerarsi eguale ad esse.

Ciò che mi ha spinto a citare Kant – nonostante le sue teorizzazioni contengano un punto di vista diametralmente opposto al mio ed in un certo qual senso anche ciò che desidero contestare – lungi dall’essere un modo per innescare un dibattito filosofico per il quale non ho sufficiente competenza, è solo il desiderio di richiamare l’attenzione sul concetto di “valore intrinseco”. Il filosofo tedesco sostiene che tale valore sia da attribuire all’uomo in quanto soggetto di una ragione moralmente pratica e in quanto membro del mondo intellegibile. Io, in un eccesso di presunzione che per nessun motivo vuole essere denigratorio nei confronti dell’intelligenza e delle idee del filosofo – per altro già ampiamente analizzate e contestate da altri pensatori – ritengo che tale valore non abbia nulla a che vedere con lo status di soggetto razionalemorale, ma che vada attribuito all’uomo in quanto soggetto di vita, essere senziente, in grado di esperire il mondo, provare gioia e dolore, avere coscienza di se stesso in quanto essere. Tutto ciò che è stato riconosciuto (c’era poi bisogno di un riconoscimento?) anche all’infinità degli esseri che appartengono a quello che noi definiamo regno animale. Il valore intrinseco è un valore assoluto, dato a priori, che non ha bisogno di essere confermato. Ne consegue che un diritto nascente da tale valore esista di per sé, e che non abbia bisogno di essere concesso.
Tornando a Rosita, mi permetto di affermare che, lungi dall’essere una compassionevole concessione da parte dell’uomo che in tal modo viene visto come “buono” e “rispettoso”, non solo ha il diritto di non vivere in una gabbia, ma ha anche il diritto di non essere uno strumento e una proprietà di qualcuno, in quanto questo diritto si è affermato da solo nel momento stesso in cui è nata proclamandosi a se stessa e al mondo come essere vivente e senziente. Mi permetto di affermare che Rosita, come qualunque altro essere, dovrebbe essere, e di fatto è, di per sé un fine, non un mezzo.
Il paradosso che si svela agli occhi, di fronte ad una pubblicità del genere, è il riconoscimento di un diritto al benessere che al tempo stesso include il disconoscimento di un diritto più grande, che è quello ad esistere di per sé e per se stessi. Nell’ipotetico paradiso che ci siamo sforzati di immaginare prima, l’essere, per quanto rispettato e ben trattato, rimane pur sempre una merce che ha un prezzo. Non ha un fine che risiede in se stesso, ma il suo fine è quello del sostentamento dell’uomo che ne “dispone”, che lo “possiede”. È vero, tutti a questo mondo siamo anche degli strumenti; lavoriamo per qualcuno e per produrre qualcosa. Ma alla base di questo sistema ci sono dei patti e degli accordi, delle retribuzioni. La retribuzione, per una gallina e per qualunque altro essere, non potrà mai essere quella di essere tenuto in vita e di essere sfamato, e questo semplicemente per due motivi basilari: 1) perché la vita è un suo incontestabile diritto e non ha bisogno di essere riconosciuto ed accordato in cambio di qualcosa; 2) perché se l’uomo non fosse mai intervenuto appropriandosene, sarebbe stato in grado di sostentarsi da sè.
Oserei aggiungere che, dal mio punto di vista, fino a che esisterà anche un solo contadino che disporrà di una gallina per il proprio sostentamento, pur trattandola bene e lasciandole la possibilità di muoversi in totale libertà, nella mentalità collettiva quell’essere continuerà ad esser visto come produttore di qualcosa, e non come un essere fine a se stesso, e utilizzarlo sarà lecito, perché non saranno state decostruite la logica e l’ideologia dell’utilizzo. Se un solo contadino ha diritto di mangiare un uovo, considerandolo ancora come un qualcosa di giusto e “naturale”, non vedo per quale motivo dovrebbe essere il solo a farlo. Quindi, alla luce di tutto ciò, invito a fare molta attenzione nella valutazione di siffatti spot pubblicitari, nella maggior parte dei casi a prima vista innocui, e ad individuare dove ci si metta in mostra – magari in buona fede ed inconsapevolmente, non voltandosi a guardare a monte – concedendo un qualcosa che di per sé è già paradossale abbia bisogno di essere concesso. Per gli ideatori dello spot e per molti degli spettatori inchiodati (e bendati) davanti allo schermo, Rosita è fortunata perché non vive in una gabbia. Tanto di cappello. Ma per chi i paraocchi se li è strappati da tempo, sa guardare e andare a fondo, o anche semplicemente cogliere con i sensi, a primo impatto, la profondità di una questione senza doverla studiare ed elaborare, Rosita non può che apparire tristemente sfortunata, in quanto ancora vittima di una visione specista che la riduce ad un puro strumento, per il quale non ci si può augurare altro che il riconoscimento e la concessione di un benessere/diritto che in realtà era già pienamente suo, dato dal semplice fatto di esistere.

venerdì 15 febbraio 2013

La preghiera che condanna

Ovunque ci voltiamo, non possiamo fare a meno di imbatterci in immagini di animali, traboccanti di tenerezza, postate ed apprezzate da un'infinita varietà di persone che comprende animalisti, antispecisti, ma anche e soprattutto quella maggioranza di individui che non appartengono a nessuna di queste filosofie di pensiero. Individui che compongono quella massa che si incontra ad ogni istante per la strada, nei pub, nei negozi, sui mezzi pubblici.
È innegabile: gli animali attirano la nostra attenzione, popolano la gran parte del nostro immaginario. Suscitano in noi sentimenti benevoli, di dolcezza, di affetto. Ci spingono, attraverso quello sguardo che più di ogni altro sa penetrare nell'animo, ad interessarci alle loro vicende, alle loro relazioni, ai loro piccoli gesti. E ci inducono a preoccuparci sinceramente per loro, ad avere a cuore il loro benessere ed il loro "destino".
Tanto da dedicar loro una preghiera:

"A Prayer for Animals
 
Hear our humble prayer, O God, for our friends the animals,
especially for animals who are suffering;
for animals that are overworked, underfed and cruelly treated;
for all wistful creatures in captivity that beat their wings against bars;
for any that are hunted or lost or deserted or frightened or hungry;
for all that must be put death.
We entreat for them all Thy mercy and pity,
and for those who deal with them we ask a heart of compassion
and gentle hands and kindly words.
Make us, ourselves, to be true friends to animals,
and so to share the blessings of the merciful."

Queste poche righe, lette casualmente nel web, hanno suscitato in me un turbinio di sensazioni contrastanti. Se da un lato mi hanno fornito un'ulteriore evidenza di quanto gli animali siano presenti nei nostri pensieri, amati e considerati nella loro capacità di soffrire e di provare sensazioni spiacevoli da cui la maggior parte di noi vorrebbe preservarli, dall'altro hanno finito per riconfermare ai miei occhi una sconfortante realtà. Una realtà cristallizzata, che non sa guardare oltre se stessa. C'è qualcosa che stride in queste parole, qualcosa che non può essere ricongiunto, che non può formare un quadro armonico. Perchè pretende di amalgamare ingredienti che tra di loro non si possono legare, immagini che si annullano, anzichè intrecciarsi. Elementi il cui accostamento tenta di passare inosservato nell'artefatta omogeneità del testo, appellandosi alla consueta attitudine dello sguardo ad accettare inconsapevolmente la visione di paesaggi grotteschi senza percepirne minimamente le componenti paradossali.

Compassione e condanna non possono stringersi in un abbraccio. Quel sentimento di empatia che spinge chi lo prova a pregare per il benessere e la salvezza degli animali trattati ingiustamente, affamati, spaventati, non può arenarsi e chinare la testa davanti all'immagine di coloro che, inevitabilmente, "must be put death", non può non mettere in discussione tale presunta inevitabilità, quasi si trattasse di un imperativo giunto dall'alto e non di una realtà creata da noi, e che proprio per questo da noi può essere decostruita, nel segno dell'invocata giustizia.
Questa realtà non è un comandamento divino, nè una condizione data ed ineluttabile; è un'industria. Un'industria che si auto-alimenta derubandoci della facoltà di valutare la sua legittimità e di interrogarci al riguardo, presentando se stessa come un dato di fatto, come un meccanismo che deve attuarsi, o che più banalmante si attua, indipendentemente dal suo doversi o non doversi attuare. Un meccanismo percepito ormai come posto in essere prima ancora che tutto avesse un inizio, o peggio ancora, mai posto in essere, con conseguente impossibilità di concepirne un arresto.
Davanti al quale possiamo solo versare le nostre lacrime di dolore, o pregare.

La compassione non può prestare il suo silenzioso assenso ad una realtà profondamente ingiusta senza riuscire neanche per un istante a metterla in discussione e ad immaginarne una diversa. Perchè una realtà diversa esiste, ed è la più semplice, la più banale nella sua semplicità: una realtà in cui ognuno non ha nulla di più che i propri incalpestabili ed indiscutibili diritti. E se solo per un attimo ci decidessimo a guardare alla vita con i nostri occhi e non con quelli velati che ci hanno prima prestato e poi imposto affinchè aiutassimo ad accrescere il potere di chi ce li ha gentilmente prestati, allora le componenti di quei grotteschi paesaggi riaffiorerebbero, e lungi dal pregare sancendo la fine dell'inizio di ogni possibilità di cambiarli, ci ritroveremmo a biasimare noi stessi per non aver mai neanche supposto di doverlo fare.