Uno spazio che aspira a fornire spunti di riflessione sulla realtà che ci circonda e che spesso sfugge ai nostri occhi, invisibile se pur nella sua disarmante evidenza. Una lettura rivolta a chi ha già messo in discussione se stesso, le ideologie dominanti e ciò che sembra non rientrare nella sfera delle proprie scelte, incrollabile, ineluttabile, ma anche a chi, pur rispettando ed amando sinceramente qualunque forma di vita al di là della specie, non è ancora riuscito a farlo.

venerdì 15 febbraio 2013

La preghiera che condanna

Ovunque ci voltiamo, non possiamo fare a meno di imbatterci in immagini di animali, traboccanti di tenerezza, postate ed apprezzate da un'infinita varietà di persone che comprende animalisti, antispecisti, ma anche e soprattutto quella maggioranza di individui che non appartengono a nessuna di queste filosofie di pensiero. Individui che compongono quella massa che si incontra ad ogni istante per la strada, nei pub, nei negozi, sui mezzi pubblici.
È innegabile: gli animali attirano la nostra attenzione, popolano la gran parte del nostro immaginario. Suscitano in noi sentimenti benevoli, di dolcezza, di affetto. Ci spingono, attraverso quello sguardo che più di ogni altro sa penetrare nell'animo, ad interessarci alle loro vicende, alle loro relazioni, ai loro piccoli gesti. E ci inducono a preoccuparci sinceramente per loro, ad avere a cuore il loro benessere ed il loro "destino".
Tanto da dedicar loro una preghiera:

"A Prayer for Animals
 
Hear our humble prayer, O God, for our friends the animals,
especially for animals who are suffering;
for animals that are overworked, underfed and cruelly treated;
for all wistful creatures in captivity that beat their wings against bars;
for any that are hunted or lost or deserted or frightened or hungry;
for all that must be put death.
We entreat for them all Thy mercy and pity,
and for those who deal with them we ask a heart of compassion
and gentle hands and kindly words.
Make us, ourselves, to be true friends to animals,
and so to share the blessings of the merciful."

Queste poche righe, lette casualmente nel web, hanno suscitato in me un turbinio di sensazioni contrastanti. Se da un lato mi hanno fornito un'ulteriore evidenza di quanto gli animali siano presenti nei nostri pensieri, amati e considerati nella loro capacità di soffrire e di provare sensazioni spiacevoli da cui la maggior parte di noi vorrebbe preservarli, dall'altro hanno finito per riconfermare ai miei occhi una sconfortante realtà. Una realtà cristallizzata, che non sa guardare oltre se stessa. C'è qualcosa che stride in queste parole, qualcosa che non può essere ricongiunto, che non può formare un quadro armonico. Perchè pretende di amalgamare ingredienti che tra di loro non si possono legare, immagini che si annullano, anzichè intrecciarsi. Elementi il cui accostamento tenta di passare inosservato nell'artefatta omogeneità del testo, appellandosi alla consueta attitudine dello sguardo ad accettare inconsapevolmente la visione di paesaggi grotteschi senza percepirne minimamente le componenti paradossali.

Compassione e condanna non possono stringersi in un abbraccio. Quel sentimento di empatia che spinge chi lo prova a pregare per il benessere e la salvezza degli animali trattati ingiustamente, affamati, spaventati, non può arenarsi e chinare la testa davanti all'immagine di coloro che, inevitabilmente, "must be put death", non può non mettere in discussione tale presunta inevitabilità, quasi si trattasse di un imperativo giunto dall'alto e non di una realtà creata da noi, e che proprio per questo da noi può essere decostruita, nel segno dell'invocata giustizia.
Questa realtà non è un comandamento divino, nè una condizione data ed ineluttabile; è un'industria. Un'industria che si auto-alimenta derubandoci della facoltà di valutare la sua legittimità e di interrogarci al riguardo, presentando se stessa come un dato di fatto, come un meccanismo che deve attuarsi, o che più banalmante si attua, indipendentemente dal suo doversi o non doversi attuare. Un meccanismo percepito ormai come posto in essere prima ancora che tutto avesse un inizio, o peggio ancora, mai posto in essere, con conseguente impossibilità di concepirne un arresto.
Davanti al quale possiamo solo versare le nostre lacrime di dolore, o pregare.

La compassione non può prestare il suo silenzioso assenso ad una realtà profondamente ingiusta senza riuscire neanche per un istante a metterla in discussione e ad immaginarne una diversa. Perchè una realtà diversa esiste, ed è la più semplice, la più banale nella sua semplicità: una realtà in cui ognuno non ha nulla di più che i propri incalpestabili ed indiscutibili diritti. E se solo per un attimo ci decidessimo a guardare alla vita con i nostri occhi e non con quelli velati che ci hanno prima prestato e poi imposto affinchè aiutassimo ad accrescere il potere di chi ce li ha gentilmente prestati, allora le componenti di quei grotteschi paesaggi riaffiorerebbero, e lungi dal pregare sancendo la fine dell'inizio di ogni possibilità di cambiarli, ci ritroveremmo a biasimare noi stessi per non aver mai neanche supposto di doverlo fare.

3 commenti:

Sara ha detto...

Mi ha fatto un po'venire in mente la storia dei cappellani militari che su fronti opposti chiedevano la protezione per il loro esercito!
Sara

Tempo Immortale ha detto...

Già, anche questo potrebbe rientrare nella stessa sfera e tipologia di ragionamento: chiedere protezione per qualcuno che stà andando a morire all'interno di un sistema di gran lunga accettato (la guerra) senza mettere in discussione la legittimità di quel sistema. Anche se in realtà la richiesta di protezione potrebbe essere un augurarsi che l'individuo si salvi, mentre in questa preghiera il fatto che debba necessariamente morire non viene neanche messo in discussione. E' proprio questo che ha dato spunto al mio post: il non interrogarsi, il dare per buono qualcosa che invece dovrebbe esser messo fortemente in dubbio e non accettato, il fatto di percepirlo come normale e naturale nonostante se ne provi un senso di compassione.

Biancaneve ha detto...

Convido appiena la lettura critica che dai a questa preghiera, in cui dietro l'apparente interesse per il benessere degli animali, in realtà si ripropone e conferma la loro sottomissione e asservimento all'uomo come fosse una legge di natura immutabile e eterna.
Brava, bisogna cominciare a mettere in discussione determinati assunti culturali.

Posta un commento