Uno spazio che aspira a fornire spunti di riflessione sulla realtà che ci circonda e che spesso sfugge ai nostri occhi, invisibile se pur nella sua disarmante evidenza. Una lettura rivolta a chi ha già messo in discussione se stesso, le ideologie dominanti e ciò che sembra non rientrare nella sfera delle proprie scelte, incrollabile, ineluttabile, ma anche a chi, pur rispettando ed amando sinceramente qualunque forma di vita al di là della specie, non è ancora riuscito a farlo.

domenica 9 giugno 2013

Che fine ha fatto la dignità?

La sezione italiana del CIWF (Compassion in World Farming) ha lanciato il 30 maggio scorso una campagna dal titolo "Sonodegno" al fine di richiamare l'attenzione dei consumatori sulle orribili privazioni subite dagli animali da reddito - nello specifico i suini - all'interno degli allevamenti intensivi, e con l'intento di denunciare "le inutili crudeltà a cui sono sottoposti a milioni ogni anno".
Gli argomenti su cui si fa leva ruotano attorno al riconoscimento di tali animali quali esseri senzienti, dotati di una propria individualità e di una propria dignità intrinseca, e si articolano mediante l'istituzione di un parallelo con i cosiddetti "animali da affezione" e mediante la rivalutazione di alcune caratteristiche loro connaturate quali intelligenza, socievolezza ed istinto materno. 
Riporto alcuni estratti dal sito della campagna:

"Un maiale – cucciolo o adulto – non è diverso, dal punto di vista dell’intelligenza e della capacità di sentire, da un cane o da un gatto. La differenza è solo nello sguardo di chi lo osserva. Al pari degli animali da compagnia, anche quelli da allevamento sono creature intelligenti e individui unici. Eppure, persino in aree del mondo come la nostra che vantano una cultura cosiddetta evoluta, è tollerato che milioni di animali siano trattati in una maniera in cui non ci sogneremmo mai di trattare i nostri cani o i nostri gatti."

E ancora:

"La scrofa è una madre amorevole. In natura, prima di partorire, cerca materiali come foglie o rami per costruire un nido sicuro per i suoi piccoli. Il suo istinto materno è così forte che lo prepara anche quando dispone già di lettiera di paglia. [...] Prima di sdraiarsi esplora con il muso tutto lo spazio circostante, per assicurarsi che non vi sia nessuno dei suoi piccoli. Se per caso un cucciolo rimane sotto di lei, al primo richiamo la scrofa si rialza immediatamente, e controlla che non gli sia successo nulla."

Mi risulta piuttosto difficile credere che nello sguardo di chi sostine che "la differenza è solo nello sguardo di chi lo osserva" non continui a riprodursi, di fatto, tale stessa differenziazione. E questo perchè il parallelo istituito con gli animali da affezione non ha affatto l'intento di disincentivare il consumatore esortandolo a non fare distinzioni e a riservare ai suini lo stesso identico trattamento riservato a cani e gatti; l'intento della campagna, in realtà, è quello, ancora una volta, di indirizzarlo verso un consumo consapevole, compassionevole e volto, paradossalmente, al rispetto della propria merce di consumo (vedasi la sezione dal titolo "Le alternative"). L'accento è posto sulla considerazione marginale che milioni di animali sono trattati in un modo in cui non ci sogneremmo mai di trattare il nostro cane e il nostro gatto, ma sorvola elegantemente sulla questione fondamentale, e cioè che in realtà non ci sogneremmo mai neanche di allevare il nostro cane o il nostro gatto a fini alimentari o per qualunque altro fine che non sia una convivenza basata sullo scambio tra due individui che vivono per se stessi e non l'uno come merce per i fini dell'altro.

L'interessamento alle condizioni degli animali considerati res all'interno delle società umane è da considerarsi senza dubbio apprezzabile, salvo la contraddizione fin troppo manifesta su cui qualunque campagna welfarista si struttura. Il riferimento al "benessere" e alle cinque libertà di cui l'animale non umano avrebbe il diritto di godere è altamente incompatibile con il ruolo che egli stesso ricopre all'interno del sistema produttivo, ancor più nel momento in cui si fa esplicito riferimento alla sua individualità. Parlare di individualità, proponendo dunque la sostituzione della concezione dell'animale quale merce rinnovabile con una nuova concezione che tenga conto delle sue esigenze in quanto individuo unico, ha delle conseguenze enormi che non possono in alcun modo venire ignorate come di fatto ripetutamente accade. Si tratta, in primis, di stabilire se l'animale sia un oggetto o un individuo, e ciascuna delle due alternative comporta delle differenze sostanziali nel modo di pensarlo e di trattarlo. Un individuo non necessita di leggi per la regolamentarizzazione del suo sfruttamento, in quanto è la legittimità stessa dello sfruttamento a crollare dinnanzi alla sua incompatibilità con il riconoscimento dei diritti fondamentali dell'individuo. Un oggetto, se di un oggetto si tratta, può essere invece liberamente utilizzato e sfruttato a seconda di quanto le esigenze lo richiedano.
La contraddizione insita nell'approccio welfarista e, nel caso specifico, nella campagna "Sonodegno", ricalca quella che è la grandissima contraddizione legislativa al riguardo della tutela degli animali. L'art. 544-bis del codice penale recita che "Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona la morte di un animale è punito con la reclusione da quattro mesi a due anni", lì dove, in merito alla definizione di "crudeltà", la Corte di Cassazione stabilisce che "la crudeltà è di per sé caratterizzata dalla spinta di un motivo abbietto o futile. Rientrano nella fattispecie le condotte che si rivelino espressione di particolare compiacimento o di insensibilità con atti concreti di crudeltà, ossia l'inflizione di gravi sofferenze fisiche senza giustificato motivo". La norma nasce dall'esigenza "di tutelare l'esistenza in vita di qualsiasi animale domestico, selvatico o addomesticato, ponendolo al riparo da atti di crudeltà o non necessari". Particolare attenzione merita la definizione del concetto di assenza di necessità, che per la Corte di Cassazione identifica, oltre alla legittima difesa, "ogni altra situazione che induce all'uccisione o al danneggiamento dell'animale per evitare un pericolo imminente o un danno giuridicamente apprezzabile".

Ora, alla luce del fatto che quello di necessità dovrebbe essere un concetto ben definibile, facilmente individuabile lì dove non esiste un'alternativa (nonostante poi gli venga attribuito un significato del tutto arbitrario) e alla luce del fatto che è stato ampiamente dimostrato che il consumo di animali e loro derivati NON è affatto necessario (divenendo quindi una questione di comodità, di gusto, e quindi uno tra i motivi più futili), la legge dovrebbe quanto meno rivedere le proprie formulazioni e prendere atto delle conseguenze che dette formulazioni comportano. É piuttosto deviante e ingannevole parlare di "benessere" e di norme contro il maltrattamento all'interno di un contesto che può in tutto e per tutto, in virtù dell'assenza di necessità, considerarsi esso stesso una forma di maltrattamento e - volendo essere ancora più precisi - la forma più alta di maltrattamento concepibile, in quanto privazione dell'individuo del diritto fondamentale alla vita. Campagne volte alla promozione del benessere degli animali da reddito, nonostante dichiarino di avere seriamente a cuore la cura dell'animale non umano, non tengono in realtà minimamente conto di una possibile alternativa; se l'obiettivo fosse quello di essere realmente compassionevoli, probabilmente si orienterebbero verso la promozione di una concezione nuova, volta seriamente al riconoscimento della sua individualità e all'abbandono, semmai graduale, di una visione che lo condanna ad oggetto di proprietà di cui disporre. Ma l'obiettivo, fin troppo visibile, non è affatto "essere" compassionevoli, bensì "mostrarsi" tali, al fine di tacitare il senso di colpa del consumatore - che tra l'altro si deresponsabilizza ulteriormente imputando la colpa delle sofferenze all'allevatore "cattivo" - e di continuare a promuovere il consumo di "prodotti animali" (che nel frattempo, per loro bocca, sono diventati paradossalmente individui), assicurandosi che non vi sia un calo dovuto all'emergere di una nuova consapevolezza. Già il ricorso al concetto di compassione dovrebbe quanto meno renderci scettici: l'animale non umano non è un nostro pari, con uguali dignità e diritti, ma qualcuno (o qualcosa) da guardare dall'alto al basso, a cui si può scegliere di riservare un trattamento tutto sommato migliore e a cui rivolgere un pensiero mentre facciamo la spesa, informandoci magari di quale sia stata la sua storia prima di finire a pezzi nel nostro carrello.

É d'obbligo, inoltre, precisare quanto un tale approccio non solo sia inaccettabile da un punto di vista etico per gli evidenti motivi di cui sopra, ma anche incurante della sua irrealizzabilità da un punto di vista pratico. In un mondo sempre più in crisi a causa dello scarseggiare delle risorse e in cui una particolare attenzione è rivolta alla questione della sostenibilità, si rende necessario riflettere un attimo e focalizzarsi sul perchè della nascita dell'allevamento intensivo. Questo tipo di allevamento nasce da un'esigenza di ottimizzazione delle risorse, concepito in maniera tale da fornire una risposta adeguata e funzionale alla crescente richiesta del mercato. La logica che lo guida è la massima quantità di prodotto al minimo costo e utilizzando il minimo spazio. L'allevamento intensivo, e con esso le privazioni che gli animali in quanto prodotti sono costretti a subire, è l'inevitabile conseguenza di una richiesta elevata. Orientare tale richiesta verso altre forme di produzione, senza portare avanti un serio impegno che miri alla disincentivazione, è inattuabile in termini pratici e di profitto, salvo trasformare il "rispettoso" allevamento biologico - in cui comunque non mi risulta che gli animali si intrattengano spontaneamente e che muoiano di morte naturale come per un individuo ci si potrebbe auspicare - nel nuovo allevamento intensivo del futuro, destinato a mutarsi per far fronte ad una richiesta non più ristretta ma su scala globale.

Le immense contraddizioni insite in tale approccio poggiano sempre su di una visione dell'animale non umano che non riesce a collocarsi in un punto ben preciso, destinata a permanere in un limbo in cui, volontariamente e funzionalmente, individualità e mercificazione si sovrappongono e confondono fino a creare un tutt'uno indistinto in cui non esistono diversificazioni di sorta. É importante, invece, esigere una risposta chiara, nonchè il riconoscimento e l'applicazione di ciò che consegue a tale risposta: se l'animale non umano è un oggetto, come tali campagne lasciano ancora supporre invitando il consumatore a non abbandonarne l'uso (che sia compassionevole o meno è davvero cosa di poco conto), il suo utilizzo a livello intensivo è pienamente giustificato, proprio in quanto oggetto di proprietà da sfruttare a seconda delle esigenze di chi lo detiene appositamente a tal fine; il perseguimento del suo benessere in quanto merce non potrà mai tramutarsi in un sacrificio della logica del profitto e delle esigenze - se pur futili - del consumatore umano. Se invece gli si attribuisce lo status ontologico di individuo, come tuttavia "Sonodegno" sembra voler fare, dovrebbe essere il concetto di proprietà stesso a crollare, e con esso quello della legittimità delle pratiche non solo di sfruttamento, ma anche di utilizzo; appare evidente, allora, come l'allevamento biologico cessi seduta stante di configurarsi come un'alternativa possibile.
 
Ricapitolando. "Sonodegno". 
Sono degno di cosa, esattamente? 

Senza ombra di dubbio c'è un estremo bisogno di campagne; ma non di campagne rivolte al riconoscimento della dignità dei suini o di qualsiasi altro animale da reddito, bensì intente nell'accurata ed incessante ricerca del significato ormai perduto del concetto stesso di dignità.