Uno spazio che aspira a fornire spunti di riflessione sulla realtà che ci circonda e che spesso sfugge ai nostri occhi, invisibile se pur nella sua disarmante evidenza. Una lettura rivolta a chi ha già messo in discussione se stesso, le ideologie dominanti e ciò che sembra non rientrare nella sfera delle proprie scelte, incrollabile, ineluttabile, ma anche a chi, pur rispettando ed amando sinceramente qualunque forma di vita al di là della specie, non è ancora riuscito a farlo.

domenica 29 dicembre 2013

Le pellicce della PETA e la realtà frammentata



16 dicembre 2013 - PETA dona cappotti in pelliccia e altri abiti in lana, pelle e cuoio ai poveri di Detroit. Rimando all'articolo sul loro sito web per leggere riguardo all'iniziativa in maniera più approfondita. 


Non sono contraria all'iniziativa per motivi che forse verrebbero definiti "dogmatici"; in realtà non posso neanche parlare di contrarietà. So rendermi perfettamente conto delle differenze di intento che muovono iniziative diverse, e riesco certamente anche a distinguere un intento positivo ed altruista da uno mosso invece da noncuranza, egoismo e convenienza. Si tratta di indumenti vecchi, di cui persone meno abbienti possono sicuramente usufruire e da cui possono trarre vantaggio in situazioni di estrema difficoltà. Quegli animali non torneranno in vita, assolutamente no. E si potrebbe anche dire che "almeno quelle morti non sono state vane e che andranno ad arrecare del bene". Però almeno una domanda credo possa essere lecita: il messaggio che viene veicolato potrebbe in un certo senso contenere in sè una contraddizione e non tener conto del legame tra due aspetti differenti di una stessa realtà? Potrebbe trasmettere l'idea che una vittima possa essere aiutata attraverso il risultato della vittimizzazione di un'altra, nel momento in cui invece io ritengo che la vittimizzazione di una possa essere condizione sufficiente proprio per il darsi della vittimizzazione di un'altra e che per eliminare una forma di ingiustizia sia necessario rifiutare e non ricorrere agli esiti dell'ingiustizia in qualunque sua forma? Mi fa pensare all'idea dello sfamare i bambini africani ricorrendo a prodotti animali, che sono una delle cause della loro malnutrizione. Il punto non sta nel fatto che quegli animali siano morti; sono morti comunque, e che se ne nutra l'uno o l'altro forse fa poca differenza; il punto non sta neanche nel fatto che quei prodotti siano una delle cause; potrebbero anche non esserlo in un legame diretto di causa ed effetto. Secondo me sta proprio nel messaggio che tende a creare una distanza tra la condizione dell'uno e la condizione dell'altro, come se le due cose non si implicassero a nessun livello e non avessero un'origine comune. 

Detto questo, per sottolineare quanto non ci sia critica nel mio scritto, ma solo voglia di pormi delle domande e comprendere se possono o non possono essere lecite, confesso di aver donato anch'io i miei abiti in lana e in altri materiali a persone che ne avevano bisogno. Mi chiedo soltanto se, al di là di un giudizio positivo immediato, in una prospettiva più ampia sia davvero questo il modo giusto di procedere e di pensare.


Il seme dell'ingiustizia




Può la lotta contro una particolare forma di ingiustizia non includere la lotta contro l'ingiustizia in qualunque sua forma? Può un movimento per la rivendicazione dei diritti di un gruppo non tener conto di tutti gli altri gruppi i cui diritti non sono riconosciuti?

L'attenzione rivolta ad alcune lotte portate avanti in nome della "giustizia" e la completa cecità nei confronti di altre dimostrano quanto sia scarsa e superficiale la comprensione del problema con cui ci si confronta. Esiste una radice comune a qualunque forma di ingiustizia, indipendentemente dai soggetti o gruppi di soggetti nei confronti dei quali viene perpetrata; esiste un meccanismo unico, che innescandosi dà vita ad una pluralità di manifestazioni diverse tra loro. Non tenerne conto, e rivendicare i diritti di alcuni gruppi ignorando o violando contemporaneamente i diritti di altri, siano essi umani o non umani, equivale a tentare di curare alcuni rami di una pianta lasciandone morire altri, senza rendersi conto che tutti fanno capo alla stessa radice malata che continua ad estendere la malattia anche a quelli che si è scelto di curare.
 

Significa rivolgere la propria considerazione esclusivamente a coloro ritenuti degni di riceverne, senza aver compreso che il reale fenomeno da avversare consiste proprio nell'istituzione arbitraria di un parametro in base al quale stabilirlo.
 

L'ingiustizia è un seme che, una volta lasciato in balia del vento, ha la facoltà di attecchire in qualunque luogo e di germogliare in qualsiasi forma.