Uno spazio che aspira a fornire spunti di riflessione sulla realtà che ci circonda e che spesso sfugge ai nostri occhi, invisibile se pur nella sua disarmante evidenza. Una lettura rivolta a chi ha già messo in discussione se stesso, le ideologie dominanti e ciò che sembra non rientrare nella sfera delle proprie scelte, incrollabile, ineluttabile, ma anche a chi, pur rispettando ed amando sinceramente qualunque forma di vita al di là della specie, non è ancora riuscito a farlo.

domenica 17 febbraio 2013

La bisnonna di Rosita. Il paradosso che si svela.

Una sera, a tavola, mi è capitato di imbattermi in questa rassicurante quanto “curiosa” pubblicità. Nulla di raccapricciante; un’innocua pubblicità della Mulino Bianco, come tante di quelle che siamo abituati a vedere e costretti a sorbirci con un sarcastico sorriso sulle labbra – essendo ormai stanchi di questa fin troppo manifesta ipocrisia – di cui il tema del benessere degli animali, tanto in voga negli ultimi tempi in questa società perbenista e scrupolosamente attenta ai diritti del prossimo, sembra essere la colonna portante. Di fatto lo è. Ma analizziamola attentamente.
Due bambini, con una bianca gallina alle spalle di nome Rosita e con in mano un ritratto della sua bisnonna, si rivolgono alla loro cara amica ovaiola discorrendo di quanto la sua defunta antenata sarebbe felice di saperla non rinchiusa all’interno di una gabbia. Il tutto accompagnato da sorrisi compiaciuti e da ampie risate di genuina felicità e soddisfazione. La pubblicità termina con un primo piano del payoff “Mulino Bianco. Un mondo buono”, a seguito della precisazione che la suddetta casa utilizza solo uova provenienti da galline allevate a terra. Io, personalmente, sono stanca di assistere allo spettacolo di una realtà deformata, e deformata non solo perché anche gli allevamenti a terra non sono poi quei paradisi ovaioli che tutti vorrebbero far credere. La realtà è deformata e altamente paradossale per dei motivi che a mio avviso si trovano a monte, ma forse meno facilmente individuabili, soprattutto da chi, spettatore, accetta quella distorta realtà dei fatti con il classico velo di abitudine che ha reso opaco il suo sguardo – e lo sguardo di un’intera collettività – sin dalla nascita. Basti pensare a quanti, magari anche sostenitori dei diritti degli animali, di fronte a tale pubblicità sorriderebbero rincuorati andando fieri della Mulino Bianco, senza rendersi conto di qual è il vero messaggio che alla fine, spogliato della prima sensazione di sollievo e approvazione nei confronti di un diritto giustamente riconosciuto, rimane lì inceppato a stridere. O per lo meno dovrebbe. Si tratta dell’ennesima conferma di quanto le situazioni vengano esposte e recepite in base a dei parametri sfalsati rispetto a quelli che vigono all’interno della società dell’animale umano. Dell’implicita differenziazione di valore intrinseco – più o meno consapevole – che viene effettuata, data e presa per buona (e soprattutto come normale), comportando una conseguente differenziazione nel modo di proclamare e di recepire un diritto. Ora, dimentichiamo per un attimo la condizione in cui le galline sono costrette a vivere all’interno degli allevamenti intensivi. Dimentichiamo tutto ciò che conosciamo a proposito del loro sfruttamento, compreso il trattamento dei pulcini maschi, in virtù della loro inutilità. E dimentichiamo anche il tragico destino verso cui esse inevitabilmente corrono, tanto negli allevamenti intensivi quanto in ogni altro tipo di allevamento, compreso quello a terra. Quello che vi sto chiedendo, in sostanza, è di non pensare a ciò a cui è più facile pensare, e cioè al loro trattamento e alla loro fine. Immaginiamo un ipotetico quanto fantomatico paradiso – che potrebbe benissimo essere quello del contadino locale che dispone soltanto (e facciamo già attenzione al verbo “disporre”) di due o tre galline per il proprio sostentamento – in cui non solo le nostre amiche sono libere di razzolare nell’erba e vengono trattate con i guanti bianchi, ma in cui gli viene anche assicurata una dignitosa morte di vecchiaia.
Certamente, e non è ciò che miro a negare, una gallina che vive in un luogo del genere è immensamente più fortunata rispetto alle sue compagne che vivono in gabbia, ed è immensamente più fortunata rispetto a quelle altre che, se pur allevate a terra, sono stipate in dei capannoni. È più fortunata da ogni punto di vista, sia da quello del trattamento, che da quello della sua sorte. Ma c’è qualcosa che forse sfugge, e per riportarlo al luogo che dovrebbe competergli desidero rifarmi al concetto di “valore intrinseco” a cui prima ho accennato e alla definizione del concetto di dignità, contestandone al tempo stesso il punto di vista fortemente antropocentrico, delineata dal filosofo tedesco Immanuel Kant. Così scrive in “Fondazione della metafisica dei costumi”:

Nel regno dei fini tutto ha un prezzo o una dignità. Ciò che ha un prezzo può essere sostituito da qualcos’altro a titolo equivalente; al contrario, ciò che è superiore a quel prezzo e che non ammette equivalenti, è ciò che ha una dignità [...] Ciò che permette che qualcosa sia un fine a se stesso non ha solo un valore relativo, e cioè un prezzo, ma ha un valore intrinseco, e cioè una dignità.”
L’umanità [l'essere uomo] è essa stessa una dignità: l’uomo non può essere trattato dall’uomo (da un altro uomo o da se stesso) come un semplice mezzo, ma deve essere trattato sempre anche come un fine.”

So benissimo come Kant si serva di questa formulazione per farne motivo di discriminazione degli esseri viventi che non appartengono alla specie umana. Sempre parlando dell’uomo, prosegue infatti affermando:

In ciò appunto consiste la sua dignità (personalità), ed è in tal modo che egli si eleva al di sopra di tutti gli esseri viventi che non sono uomini e possono servirgli da strumenti.”

In “Metafisica dei costumi” leggiamo inoltre:

L’uomo considerato nel sistema della natura (homo phaenomenon [elemento del mondo sensibile], animale razionale), è un essere di importanza mediocre ed ha un valore modesto (pretium vulgare) che condivide con tutti gli altri animali che produce la terra. Ma considerato come persona, e cioè come soggetto di una ragione moralmente pratica, l’uomo è al di sopra di qualunque prezzo. Perché da questo punto di vista, come homo noumenon [membro del mondo intelligibile], egli non può essere considerato come un mezzo per i fini altrui, o anche per i propri fini, ma come un fine in se stesso, e cioè egli possiede una dignità (un valore interiore assoluto) mediante cui costringe tutte le altre creature ragionevoli al rispetto della sua persona e può misurarsi con ciascuna di esse e considerarsi eguale ad esse.

Ciò che mi ha spinto a citare Kant – nonostante le sue teorizzazioni contengano un punto di vista diametralmente opposto al mio ed in un certo qual senso anche ciò che desidero contestare – lungi dall’essere un modo per innescare un dibattito filosofico per il quale non ho sufficiente competenza, è solo il desiderio di richiamare l’attenzione sul concetto di “valore intrinseco”. Il filosofo tedesco sostiene che tale valore sia da attribuire all’uomo in quanto soggetto di una ragione moralmente pratica e in quanto membro del mondo intellegibile. Io, in un eccesso di presunzione che per nessun motivo vuole essere denigratorio nei confronti dell’intelligenza e delle idee del filosofo – per altro già ampiamente analizzate e contestate da altri pensatori – ritengo che tale valore non abbia nulla a che vedere con lo status di soggetto razionalemorale, ma che vada attribuito all’uomo in quanto soggetto di vita, essere senziente, in grado di esperire il mondo, provare gioia e dolore, avere coscienza di se stesso in quanto essere. Tutto ciò che è stato riconosciuto (c’era poi bisogno di un riconoscimento?) anche all’infinità degli esseri che appartengono a quello che noi definiamo regno animale. Il valore intrinseco è un valore assoluto, dato a priori, che non ha bisogno di essere confermato. Ne consegue che un diritto nascente da tale valore esista di per sé, e che non abbia bisogno di essere concesso.
Tornando a Rosita, mi permetto di affermare che, lungi dall’essere una compassionevole concessione da parte dell’uomo che in tal modo viene visto come “buono” e “rispettoso”, non solo ha il diritto di non vivere in una gabbia, ma ha anche il diritto di non essere uno strumento e una proprietà di qualcuno, in quanto questo diritto si è affermato da solo nel momento stesso in cui è nata proclamandosi a se stessa e al mondo come essere vivente e senziente. Mi permetto di affermare che Rosita, come qualunque altro essere, dovrebbe essere, e di fatto è, di per sé un fine, non un mezzo.
Il paradosso che si svela agli occhi, di fronte ad una pubblicità del genere, è il riconoscimento di un diritto al benessere che al tempo stesso include il disconoscimento di un diritto più grande, che è quello ad esistere di per sé e per se stessi. Nell’ipotetico paradiso che ci siamo sforzati di immaginare prima, l’essere, per quanto rispettato e ben trattato, rimane pur sempre una merce che ha un prezzo. Non ha un fine che risiede in se stesso, ma il suo fine è quello del sostentamento dell’uomo che ne “dispone”, che lo “possiede”. È vero, tutti a questo mondo siamo anche degli strumenti; lavoriamo per qualcuno e per produrre qualcosa. Ma alla base di questo sistema ci sono dei patti e degli accordi, delle retribuzioni. La retribuzione, per una gallina e per qualunque altro essere, non potrà mai essere quella di essere tenuto in vita e di essere sfamato, e questo semplicemente per due motivi basilari: 1) perché la vita è un suo incontestabile diritto e non ha bisogno di essere riconosciuto ed accordato in cambio di qualcosa; 2) perché se l’uomo non fosse mai intervenuto appropriandosene, sarebbe stato in grado di sostentarsi da sè.
Oserei aggiungere che, dal mio punto di vista, fino a che esisterà anche un solo contadino che disporrà di una gallina per il proprio sostentamento, pur trattandola bene e lasciandole la possibilità di muoversi in totale libertà, nella mentalità collettiva quell’essere continuerà ad esser visto come produttore di qualcosa, e non come un essere fine a se stesso, e utilizzarlo sarà lecito, perché non saranno state decostruite la logica e l’ideologia dell’utilizzo. Se un solo contadino ha diritto di mangiare un uovo, considerandolo ancora come un qualcosa di giusto e “naturale”, non vedo per quale motivo dovrebbe essere il solo a farlo. Quindi, alla luce di tutto ciò, invito a fare molta attenzione nella valutazione di siffatti spot pubblicitari, nella maggior parte dei casi a prima vista innocui, e ad individuare dove ci si metta in mostra – magari in buona fede ed inconsapevolmente, non voltandosi a guardare a monte – concedendo un qualcosa che di per sé è già paradossale abbia bisogno di essere concesso. Per gli ideatori dello spot e per molti degli spettatori inchiodati (e bendati) davanti allo schermo, Rosita è fortunata perché non vive in una gabbia. Tanto di cappello. Ma per chi i paraocchi se li è strappati da tempo, sa guardare e andare a fondo, o anche semplicemente cogliere con i sensi, a primo impatto, la profondità di una questione senza doverla studiare ed elaborare, Rosita non può che apparire tristemente sfortunata, in quanto ancora vittima di una visione specista che la riduce ad un puro strumento, per il quale non ci si può augurare altro che il riconoscimento e la concessione di un benessere/diritto che in realtà era già pienamente suo, dato dal semplice fatto di esistere.

venerdì 15 febbraio 2013

La preghiera che condanna

Ovunque ci voltiamo, non possiamo fare a meno di imbatterci in immagini di animali, traboccanti di tenerezza, postate ed apprezzate da un'infinita varietà di persone che comprende animalisti, antispecisti, ma anche e soprattutto quella maggioranza di individui che non appartengono a nessuna di queste filosofie di pensiero. Individui che compongono quella massa che si incontra ad ogni istante per la strada, nei pub, nei negozi, sui mezzi pubblici.
È innegabile: gli animali attirano la nostra attenzione, popolano la gran parte del nostro immaginario. Suscitano in noi sentimenti benevoli, di dolcezza, di affetto. Ci spingono, attraverso quello sguardo che più di ogni altro sa penetrare nell'animo, ad interessarci alle loro vicende, alle loro relazioni, ai loro piccoli gesti. E ci inducono a preoccuparci sinceramente per loro, ad avere a cuore il loro benessere ed il loro "destino".
Tanto da dedicar loro una preghiera:

"A Prayer for Animals
 
Hear our humble prayer, O God, for our friends the animals,
especially for animals who are suffering;
for animals that are overworked, underfed and cruelly treated;
for all wistful creatures in captivity that beat their wings against bars;
for any that are hunted or lost or deserted or frightened or hungry;
for all that must be put death.
We entreat for them all Thy mercy and pity,
and for those who deal with them we ask a heart of compassion
and gentle hands and kindly words.
Make us, ourselves, to be true friends to animals,
and so to share the blessings of the merciful."

Queste poche righe, lette casualmente nel web, hanno suscitato in me un turbinio di sensazioni contrastanti. Se da un lato mi hanno fornito un'ulteriore evidenza di quanto gli animali siano presenti nei nostri pensieri, amati e considerati nella loro capacità di soffrire e di provare sensazioni spiacevoli da cui la maggior parte di noi vorrebbe preservarli, dall'altro hanno finito per riconfermare ai miei occhi una sconfortante realtà. Una realtà cristallizzata, che non sa guardare oltre se stessa. C'è qualcosa che stride in queste parole, qualcosa che non può essere ricongiunto, che non può formare un quadro armonico. Perchè pretende di amalgamare ingredienti che tra di loro non si possono legare, immagini che si annullano, anzichè intrecciarsi. Elementi il cui accostamento tenta di passare inosservato nell'artefatta omogeneità del testo, appellandosi alla consueta attitudine dello sguardo ad accettare inconsapevolmente la visione di paesaggi grotteschi senza percepirne minimamente le componenti paradossali.

Compassione e condanna non possono stringersi in un abbraccio. Quel sentimento di empatia che spinge chi lo prova a pregare per il benessere e la salvezza degli animali trattati ingiustamente, affamati, spaventati, non può arenarsi e chinare la testa davanti all'immagine di coloro che, inevitabilmente, "must be put death", non può non mettere in discussione tale presunta inevitabilità, quasi si trattasse di un imperativo giunto dall'alto e non di una realtà creata da noi, e che proprio per questo da noi può essere decostruita, nel segno dell'invocata giustizia.
Questa realtà non è un comandamento divino, nè una condizione data ed ineluttabile; è un'industria. Un'industria che si auto-alimenta derubandoci della facoltà di valutare la sua legittimità e di interrogarci al riguardo, presentando se stessa come un dato di fatto, come un meccanismo che deve attuarsi, o che più banalmante si attua, indipendentemente dal suo doversi o non doversi attuare. Un meccanismo percepito ormai come posto in essere prima ancora che tutto avesse un inizio, o peggio ancora, mai posto in essere, con conseguente impossibilità di concepirne un arresto.
Davanti al quale possiamo solo versare le nostre lacrime di dolore, o pregare.

La compassione non può prestare il suo silenzioso assenso ad una realtà profondamente ingiusta senza riuscire neanche per un istante a metterla in discussione e ad immaginarne una diversa. Perchè una realtà diversa esiste, ed è la più semplice, la più banale nella sua semplicità: una realtà in cui ognuno non ha nulla di più che i propri incalpestabili ed indiscutibili diritti. E se solo per un attimo ci decidessimo a guardare alla vita con i nostri occhi e non con quelli velati che ci hanno prima prestato e poi imposto affinchè aiutassimo ad accrescere il potere di chi ce li ha gentilmente prestati, allora le componenti di quei grotteschi paesaggi riaffiorerebbero, e lungi dal pregare sancendo la fine dell'inizio di ogni possibilità di cambiarli, ci ritroveremmo a biasimare noi stessi per non aver mai neanche supposto di doverlo fare.

domenica 10 febbraio 2013

"Why don't we ever ask why?"

Which is the mechanism that enables humane people to partecipate in inhumane practices?
Why can't we find a rational explanation for many of our behaviors and, expecially, why don't we ever ask why?
A very interesting conference by Dr. Melanie Joy, in english language, about the psychology of eating meat. It's worth the pain to take some time to listen carefully to her analysis, that could really help us understand what remains unvisible and unnamed behind our daily practices.

Quali sono quei fattori che spingono gli esseri umani a prendere parte a pratiche disumane? 
Perchè non siamo in grado di trovare spiegazioni razionali a molti dei nostri atteggiamenti e, soprattutto, perchè non ce ne chiediamo mai il perchè?
Credo davvero valga la pena di prendersi un pò di tempo per ascoltare attentamente questa conferenza della psicologa Melanie Joy in cui, con estrema chiarezza, vengono analizzate le motivazioni psicologiche e culturali della consuetudine di mangiar carne. Sebbene avessi già intrapreso un nuovo percorso e avessi già iniziato a rifiutare il sistema che ci circonda, ascoltarla mi ha dato nuove consapevolezze e mi ha fornito ulteriori risposte, perchè mi ha permesso di visualizzare in maniera concreta ciò di cui prima avevo soltanto una percezione a livello intuitivo; ciò che prima restava invisibile, inspiegato e senza nome.
Il video è in lingua inglese, ma sono riuscita a trovare in rete un pdf con la conferenza tradotta passo per passo, di cui lascio il link.
Auguro un buon ascolto ed una buona lettura a chiunque interessato.



 

sabato 9 febbraio 2013

"Be the change you wish to see"

Un tempo credevo che le scelte individuali non avessero peso. In realtà gliene davo moltissimo ed ero assolutamente convinta fossero l'unico vero motore di qualunque cambiamento; semplicemente, tendevo a non estendere questa considerazione alle mie. In poche parole, senza farlo volontariamente, escludevo me e le mie scelte dalla considerazione che avevo nei confronti delle scelte individuali in genere.
Poteva accadere, così, che mi trovassi a ritenere sbagliati e a condannare negli altri atteggiamenti e comportamenti che io stessa assumevo, collocandomi al di fuori di qualsiasi analisi e ritenendo inconsapevolmente che le motivazioni delle altre persone non valessero per me e che, viceversa, le mie non valessero per loro. Era come se già il fatto stesso di individuare in quei comportamenti qualcosa di sbagliato, mi ponesse nella stessa condizione di chi invece non li assumeva, permettendomi di dimenticare con estrema facilità quanto invece vi fossi dentro anche io. Nei momenti in cui mi accadeva di ricordarlo, perchè inevitabilmente prima o poi accade, soprattutto se si tratta di comportamenti che noi per primi condanniamo, un'altra difesa interveniva ad allontanare il problema: il mio cambiamento è inutile - non impedirà effettivamente nulla - dovrebbero cambiare tutti - dovrebbe cambiare il mondo.
Al tempo stesso, però, fatti da altre persone, questi discorsi mi apparivano a dir poco banali e stupidi. Vedevo chiaramente come fossero soltanto le solite scuse invocate per evitare le difficoltà del rendersi parte attiva, e ai miei occhi non potevano reggere, perchè qualunque difficoltà non avrebbe mai giustificato la mancanza di integrità personale.

Non mi rendevo conto che, senza accorgermene minimamente, quelle solite scuse che biasimavo, le stavo prendendo io stessa.

Molti erano i fattori che contribuivano a confondere la mia percezione. Riguardo alla realtà dello sfruttamento animale, non ho mai avuto seriamente bisogno di metterla in discussione, perchè in discussione per me ci era sempre stata. Non l'ho mai considerata normale, o naturale. Non ho mai invocato nessuna presunta necessità della sua esistenza. Riuscivo a guardarla dall'alto, e vista dall'alto non poteva che apparire ai miei occhi orribile e assurda. Non vedevo ancora quali fossero il vero sistema e la vera ideologia che si nascondono dietro il proporre con estrema naturalezza cose che la maggior parte di noi riterrebbe inaccettabili, se soltanto quel sistema non avesse lavorato a meraviglia, restando nell'invisibile e nell'anonimato, al fine di indurci ad accettare e a partecipare senza darci alcuna consapevolezza e responsabilità. Al fine di indurci a smettere di pensare, e di sentire. Non lo vedevo, ma percevivo me stessa al di fuori. Io pensavo, sentivo, e lo sentivo sbagliato. Ciò che mi sfuggiva, però, è che non avevo in realtà in me stessa alcuna forma di integrità, intesa nella sua accezione di integrazione di valori e comportamento. Quando lessi per la prima volta dell'esistenza dei vegetariani e dei vegani, ed ero molto piccola, ricordo che non ebbi mai nessun senso di avversione. Loro rappresentavano la libera scelta, erano la testimonianza vivente del fatto che a questa realtà ci si può sottrarre, e la si può contrastare, rimettendo in discussione l'impossibilità di fare altrimenti che molti sostengono, non pensando neanche che esista una scelta. Loro trasformavano, semplicemente esistendo, azioni e comportamenti considerati uniformi a livello sociale e quindi privi di responsabilità, in pura negligenza individuale. Per molti non è facile fare i conti con questa pura constatazione; sono molti i meccanismi di difesa che accorrono in questi casi, quali possono essere ridicolizzare chi si ha di fronte per non mettere in discussione se stessi, o aggredirlo perchè solleva interrogativi che non ci si vuole porre. Nessuno di questi meccanismi, però, ha mai agito su di me. Avevo invece una profonda stima, e forse, paradossalmente, è stato proprio questo ad alterare la mia percezione. Non mi sentivo affatto diversa, mi riconoscevo moltissimo in queste persone e nel loro modo di pensare e di sentire. Fino a trascurare come dato secondario il fatto che le mie azioni seguissero un'altra direzione.
Non mi dilungherò ora sul quando e perchè questo cerchio si sia chiuso ricongiungendo i suoi estremi. Non lo faccio perchè non lo ritengo rilevante. Sono svariati i motivi che portano a prendere coscienza, ad un certo punto della propria vita, dell'orrore che ci circonda o più semplicemente dell'incoerenza nel nostro modo di agire. E soprattutto, ogni esperienza è un'esperienza individuale, per quanto condivisa, e mostra caratteristiche differenti da persona a persona. Ciò che mi preme sottolineare e che considero davvero rilevante non è tanto il motivo per cui avviene, ma il modo in cui lo sguardo cambia in seguito e grazie al suo avvenire. E attraverso quel nuovo sguardo io, improvvisamente, ho capito. Ho capito quanto sia assurdo e incoerente lottare verbalmente contro qualcosa continuando a compierla attraverso le azioni, quanto sia ipocrita dispiacersi immensamente per qualcosa a cui si prende parte senza esercitare opposizione. Ho capito che attraverso le mie scelte individuali e attraverso la mia integrità posso contribuire ad un cambiamento portato avanti da altre singole individualità, come me, ma che insieme assumono una dimensione sociale. Ho capito che siamo noi a doverci liberare di ciò che nel mondo non vorremmo, invece di aspettare che il mondo cambi per noi, e che l'integrità consiste nell'agire semplicemente come se quel cambiamento nel mondo fosse già avvenuto. E ho capito che è solo la consapevolezza a darci questo potere. Perchè, come espone la psicologa Melanie Joy in una sua conferenza, "senza consapevolezza non c'è libera scelta".  

"With awareness we can choose to be active witnesses 
rather than passive bystanders. 
With awareness we can practice justice and exercise love. 
With awareness we can live more authentic and freely chosen lives
and truly become, as Gandhi said, 
the change we wish to see."