Uno spazio che aspira a fornire spunti di riflessione sulla realtà che ci circonda e che spesso sfugge ai nostri occhi, invisibile se pur nella sua disarmante evidenza. Una lettura rivolta a chi ha già messo in discussione se stesso, le ideologie dominanti e ciò che sembra non rientrare nella sfera delle proprie scelte, incrollabile, ineluttabile, ma anche a chi, pur rispettando ed amando sinceramente qualunque forma di vita al di là della specie, non è ancora riuscito a farlo.

mercoledì 6 novembre 2013

L'animale che non sono



Il termine "animale", si sa, è largamente abusato. E non soltanto perché, come scrive il filosofo Jacques Derrida, raggruppiamo ed appiattiamo sotto di esso una molteplicità di esseri viventi diversi tra loro per appartenenza di specie e per individualità, facendo del linguaggio l'elemento discriminante tra "noi" e "loro"; al contrario, accade spesso di assistere ad una sottrazione, all'esclusione di una moltitudine di specie animali che fa sì che altre specie (in genere un numero piuttosto ristretto) si trovino ad assumere impropriamente una valenza rappresentativa della realtà che questo termine, se pur vago e impreciso, vorrebbe e dovrebbe indicare. 

É il caso di alcune associazioni dichiarantesi "animaliste" le quali propongono, per la raccolta fondi in favore di alcune specie (come cani, gatti, ma anche caprette e conigli salvati dal macello e ospitati nel loro rifugio), cene benefit a base di formaggi, salumi e filetto di maiale, pur indicando fra i loro scopi principali la difesa degli animali, la sensibilizzazione dell'opinione pubblica e la promozione di una cultura del rispetto che li riconosca come soggetti di diritti. A questo punto, la domanda che sorge un po' a tutti spontanea ovviamente è: ma cosa si intende, allora, per animali? Si tratta di un errore? Di una frettolosa e non ragionata semplificazione? Potrebbe darsi. Così come potrebbe trattarsi di un modo per fare scena, guadagnare visibilità e attirare nell'immediato maggiori consensi pur continuando ad attuare, dietro le quinte, vantaggiose discriminazioni (fino al momento della promozione di una tale cena, si intende). Tutto è possibile, in realtà, a questo mondo; ma sinceramente credo che la risposta non coincida con nessuna di quelle sopra ipotizzate. 
Ho avuto modo di leggere una lunga serie di commenti riguardanti l'evento–cena di una delle associazioni in questione; gente che si accapigliava, che criticava, che faceva notare l'incoerenza; vegani contro onnivori, onnivori contro vegani, qualche vegetariano che spuntava timidamente nel mezzo. Come in qualunque discussione virtuale (e non solo), c'era chi utilizzava un tono offensivo e chi argomentava, chi usava logica e chi usava difese, chi era obbiettivo e chi rigirava le questioni a proprio vantaggio. L'evento era comunque palesemente imbarazzante, e l'incoerenza tanto evidente da suscitare critiche anche da parte di chi gli animali li sfrutta senza troppe remore. 
Piuttosto che commentare, essendo già stato detto di tutto e di più ed essendo già stato affrontato qualunque aspetto della questione, ho preferito leggere ed osservare ciò che si nascondeva fra le righe. Una o due le organizzatrice intervenute, non più di tre i sostenitori, ma interventi tali da chiarire in tutto e per tutto l'enigma sul significato della parola "animale" e sul malinteso venutosi a creare. Il maiale non è un animale. Sembra una banalizzazione, ma non lo è affatto. Le organizzatrici stesse hanno ribadito l'assoluta uguaglianza tra cani e maiali, attribuendo gli stessi diritti ad entrambi, ma ciò che si nascondeva dietro le loro parole, senza che se ne accorgessero minimamente, era esattamente l'opposto: il maiale non è un animale. 
Mi rendo conto di quanto sia difficile accorgersene per chi è ancora immerso in una cultura che segna confini discriminatori fra specie credendo di esserne uscito e riproponendosi di sensibilizzare proprio al riguardo di tale problematica. In sintesi, il loro intento era quello di raccogliere fondi per aiutare gli animali del loro rifugio, e preoccupate del fatto di non riuscire a raccoglierne abbastanza, hanno pensato bene di inserire cadaveri di altri animali (e derivati, che non sono certo da meno) nel loro menù per assicurarsi la partecipazione di un buon numero di onnivori (vale a dire coloro che nei loro scopi si ripropongono di sensibilizzare riguardo allo sfruttamento animale e che proprio in tale occasione avrebbero avuto modo di avvicinare). Il punto fondamentale, e anche più indicativo direi, è che non sono riusciti a vedere in tutto ciò nessuna incongruenza, e che né loro né tanto meno i due/tre appassionati sostenitori che hanno consumato la tastiera a furia di digitare frasi senza senso, sono stati in grado di comprendere le critiche che gli sono state mosse, per quanto gli siano state illustrate e spiegate accuratamente. Gli è stato mostrato quanto fosse illogico in generale ed oltretutto contrastante con gli scopi della loro associazione cercare di aiutare alcuni animali a discapito di altri che non valgono di certo meno, quanto non esistano animali di serie A e animali di serie B, quanto il logo della locandina, in cui apparivano anche animali "da fattoria" e la scritta "in difesa di tutti gli animali", contrastasse fortemente con il menù riportato alla sua sinistra. Nulla da fare. Completamente fuori strada. Non solo le loro risposte miravano a cercare delle pecche in chi voleva farli riflettere (secondo la logica del tutti colpevoli tutti assolti) piuttosto che ammettere la cantonata presa e, soprattutto, l'offesa perpetrata nei confronti del maiale, vero soggetto in quanto titolare di diritti, come loro affermano senza sapere neanche cosa significhi; no, si inoltravano anche in una sterile e fuorviante polemica sui destinatari del menù e su altre irrilevanti questioni. Ne sintetizzo qualcuna: "Non è una cena rivolta a voi vegani, la prossima volta la faremo per voi" - "Invece che pensare agli animali vi dà fastidio sedere a tavola vicino a degli onnivori o che i loro soldi vadano in difesa degli animali sfortunati" - "Invece che pensare ai veri problemi ci si concentra su cosa si mangia" e, per finire, il classico "Ognuno è libero di scegliere e di mangiare ciò che vuole e le nostre scelte vanno rispettate come noi rispettiamo le vostre". 
Qui mi si è aperto un mondo, davvero. Qui ho capito cosa significa dire a parole "il maiale è un animale" pur avendo la testa che non riesce affatto a vederlo e sentirlo come tale, nonostante qualunque meritevole sforzo. Se tutto ciò su cui ci si è riusciti a concentrare sono state le preferenze alimentari degli ospiti, il fastidio per il vicino di tavola, le tasche da cui sarebbero usciti i soldi, o peggio ancora, la libera scelta del "cosa" mangiare.. non mi sorprende affatto l'intera strutturazione dell'evento, e ciò che prima mi appariva come un controsenso mi sembra ora semplicemente logico e coerente. Si, perchè il maiale, ribadisco, non è un animale. É un "cosa" mangiare, non un individuo, e precisamente l'individuo di cui si parla in quel dato momento. Il maiale praticamente non esiste, nel discorso non lo si prende neanche in considerazione. Tutto viene ricondotto ad un dibattito tra due parti in gioco; poco importa se è di una terza parte che si sta parlando, se è il rispetto nei suoi confronti quello su cui si vuole far riflettere. I veri problemi sono altri, sono gli animali sfortunati del rifugio, i cani abbandonati nei canili; è ridicolo concentrasi su questioni minori e prive di importanza, come ad esempio l'allevamento, lo sfruttamento da parte dell'uomo di milioni di creature che nascono con un destino già segnato e che non conosceranno altro nella vita se non privazioni e morte. Certo, perchè questo non è considerato, non si sta parlando in realtà dello sfruttamento dell'animale maiale, ma solo del cibo che è nel piatto, che è qualcosa di diverso e che rimane confinato in una sfera separata. Eppure, proprio questo genere di risposte, volte a minimizzare il problema e a persuadere della sua inesistenza, sono quelle che più mi fanno capire quanto il problema in realtà esista e sia anche piuttosto grave. 
Si è parlato di cultura, di quanto sia radicato il mangiare animali a livello culturale, e quindi normale, ma il paragone con le abitudini culturali di altre popolazioni che si nutrono degli animali a favore dei quali loro hanno indetto la cena ha fatto semplicemente rabbrividire. É stato considerato offensivo, come se nei confronti di un cane anche un'abitudine culturale fosse da considerasi inaccettabile. Piuttosto che renderli coscienti del controsenso (come lo sarebbe indire una cena a favore dei maiali servendo cani affinchè possano accorrere anche ospiti cinesi e coreani per racimolare più soldi), non li ha smossi minimamente dalle loro posizioni, dimostrando ancora una volta quanto in realtà, nonostante tutte le belle parole, il maiale non sia a tutti gli effetti un animale e non goda quindi della stessa considerazione di cui godono altri animali a cui ipocritamente lo equiparano in quanto a diritti. 

"We do not see things as they are, we see things as we are", scriveva la scrittrice statunitense Anaïs Nin. Come darle torto? E infatti, proprio perchè le cose non si è stati in grado di vederle obbiettivamente per quello che erano e per quello che sono, per sottrarsi alla contraddizione non hanno cambiato menù, come molti gli avevano proposto di fare, offrendosi anche di cucinare per loro, rifare la locandina e partecipare (portando fondi) ad una cena finalmente cruelty free; hanno tolto il logo, così che non sia più menzionata la difesa del generico "animali". 

Caro Derrida, mi rincresce dirlo, ma mi sa tanto che ti sbagliavi; da quella compressione ontologica qualcuno è riuscito a sottrarsi eccome. Ed è riuscito, sempre ontologicamente, a materializzarsi altrove. Sotto forma di filetto.