Uno spazio che aspira a fornire spunti di riflessione sulla realtà che ci circonda e che spesso sfugge ai nostri occhi, invisibile se pur nella sua disarmante evidenza. Una lettura rivolta a chi ha già messo in discussione se stesso, le ideologie dominanti e ciò che sembra non rientrare nella sfera delle proprie scelte, incrollabile, ineluttabile, ma anche a chi, pur rispettando ed amando sinceramente qualunque forma di vita al di là della specie, non è ancora riuscito a farlo.

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domenica 29 dicembre 2013

Le pellicce della PETA e la realtà frammentata



16 dicembre 2013 - PETA dona cappotti in pelliccia e altri abiti in lana, pelle e cuoio ai poveri di Detroit. Rimando all'articolo sul loro sito web per leggere riguardo all'iniziativa in maniera più approfondita. 


Non sono contraria all'iniziativa per motivi che forse verrebbero definiti "dogmatici"; in realtà non posso neanche parlare di contrarietà. So rendermi perfettamente conto delle differenze di intento che muovono iniziative diverse, e riesco certamente anche a distinguere un intento positivo ed altruista da uno mosso invece da noncuranza, egoismo e convenienza. Si tratta di indumenti vecchi, di cui persone meno abbienti possono sicuramente usufruire e da cui possono trarre vantaggio in situazioni di estrema difficoltà. Quegli animali non torneranno in vita, assolutamente no. E si potrebbe anche dire che "almeno quelle morti non sono state vane e che andranno ad arrecare del bene". Però almeno una domanda credo possa essere lecita: il messaggio che viene veicolato potrebbe in un certo senso contenere in sè una contraddizione e non tener conto del legame tra due aspetti differenti di una stessa realtà? Potrebbe trasmettere l'idea che una vittima possa essere aiutata attraverso il risultato della vittimizzazione di un'altra, nel momento in cui invece io ritengo che la vittimizzazione di una possa essere condizione sufficiente proprio per il darsi della vittimizzazione di un'altra e che per eliminare una forma di ingiustizia sia necessario rifiutare e non ricorrere agli esiti dell'ingiustizia in qualunque sua forma? Mi fa pensare all'idea dello sfamare i bambini africani ricorrendo a prodotti animali, che sono una delle cause della loro malnutrizione. Il punto non sta nel fatto che quegli animali siano morti; sono morti comunque, e che se ne nutra l'uno o l'altro forse fa poca differenza; il punto non sta neanche nel fatto che quei prodotti siano una delle cause; potrebbero anche non esserlo in un legame diretto di causa ed effetto. Secondo me sta proprio nel messaggio che tende a creare una distanza tra la condizione dell'uno e la condizione dell'altro, come se le due cose non si implicassero a nessun livello e non avessero un'origine comune. 

Detto questo, per sottolineare quanto non ci sia critica nel mio scritto, ma solo voglia di pormi delle domande e comprendere se possono o non possono essere lecite, confesso di aver donato anch'io i miei abiti in lana e in altri materiali a persone che ne avevano bisogno. Mi chiedo soltanto se, al di là di un giudizio positivo immediato, in una prospettiva più ampia sia davvero questo il modo giusto di procedere e di pensare.


Il seme dell'ingiustizia




Può la lotta contro una particolare forma di ingiustizia non includere la lotta contro l'ingiustizia in qualunque sua forma? Può un movimento per la rivendicazione dei diritti di un gruppo non tener conto di tutti gli altri gruppi i cui diritti non sono riconosciuti?

L'attenzione rivolta ad alcune lotte portate avanti in nome della "giustizia" e la completa cecità nei confronti di altre dimostrano quanto sia scarsa e superficiale la comprensione del problema con cui ci si confronta. Esiste una radice comune a qualunque forma di ingiustizia, indipendentemente dai soggetti o gruppi di soggetti nei confronti dei quali viene perpetrata; esiste un meccanismo unico, che innescandosi dà vita ad una pluralità di manifestazioni diverse tra loro. Non tenerne conto, e rivendicare i diritti di alcuni gruppi ignorando o violando contemporaneamente i diritti di altri, siano essi umani o non umani, equivale a tentare di curare alcuni rami di una pianta lasciandone morire altri, senza rendersi conto che tutti fanno capo alla stessa radice malata che continua ad estendere la malattia anche a quelli che si è scelto di curare.
 

Significa rivolgere la propria considerazione esclusivamente a coloro ritenuti degni di riceverne, senza aver compreso che il reale fenomeno da avversare consiste proprio nell'istituzione arbitraria di un parametro in base al quale stabilirlo.
 

L'ingiustizia è un seme che, una volta lasciato in balia del vento, ha la facoltà di attecchire in qualunque luogo e di germogliare in qualsiasi forma.

mercoledì 6 novembre 2013

L'animale che non sono



Il termine "animale", si sa, è largamente abusato. E non soltanto perché, come scrive il filosofo Jacques Derrida, raggruppiamo ed appiattiamo sotto di esso una molteplicità di esseri viventi diversi tra loro per appartenenza di specie e per individualità, facendo del linguaggio l'elemento discriminante tra "noi" e "loro"; al contrario, accade spesso di assistere ad una sottrazione, all'esclusione di una moltitudine di specie animali che fa sì che altre specie (in genere un numero piuttosto ristretto) si trovino ad assumere impropriamente una valenza rappresentativa della realtà che questo termine, se pur vago e impreciso, vorrebbe e dovrebbe indicare. 

É il caso di alcune associazioni dichiarantesi "animaliste" le quali propongono, per la raccolta fondi in favore di alcune specie (come cani, gatti, ma anche caprette e conigli salvati dal macello e ospitati nel loro rifugio), cene benefit a base di formaggi, salumi e filetto di maiale, pur indicando fra i loro scopi principali la difesa degli animali, la sensibilizzazione dell'opinione pubblica e la promozione di una cultura del rispetto che li riconosca come soggetti di diritti. A questo punto, la domanda che sorge un po' a tutti spontanea ovviamente è: ma cosa si intende, allora, per animali? Si tratta di un errore? Di una frettolosa e non ragionata semplificazione? Potrebbe darsi. Così come potrebbe trattarsi di un modo per fare scena, guadagnare visibilità e attirare nell'immediato maggiori consensi pur continuando ad attuare, dietro le quinte, vantaggiose discriminazioni (fino al momento della promozione di una tale cena, si intende). Tutto è possibile, in realtà, a questo mondo; ma sinceramente credo che la risposta non coincida con nessuna di quelle sopra ipotizzate. 
Ho avuto modo di leggere una lunga serie di commenti riguardanti l'evento–cena di una delle associazioni in questione; gente che si accapigliava, che criticava, che faceva notare l'incoerenza; vegani contro onnivori, onnivori contro vegani, qualche vegetariano che spuntava timidamente nel mezzo. Come in qualunque discussione virtuale (e non solo), c'era chi utilizzava un tono offensivo e chi argomentava, chi usava logica e chi usava difese, chi era obbiettivo e chi rigirava le questioni a proprio vantaggio. L'evento era comunque palesemente imbarazzante, e l'incoerenza tanto evidente da suscitare critiche anche da parte di chi gli animali li sfrutta senza troppe remore. 
Piuttosto che commentare, essendo già stato detto di tutto e di più ed essendo già stato affrontato qualunque aspetto della questione, ho preferito leggere ed osservare ciò che si nascondeva fra le righe. Una o due le organizzatrice intervenute, non più di tre i sostenitori, ma interventi tali da chiarire in tutto e per tutto l'enigma sul significato della parola "animale" e sul malinteso venutosi a creare. Il maiale non è un animale. Sembra una banalizzazione, ma non lo è affatto. Le organizzatrici stesse hanno ribadito l'assoluta uguaglianza tra cani e maiali, attribuendo gli stessi diritti ad entrambi, ma ciò che si nascondeva dietro le loro parole, senza che se ne accorgessero minimamente, era esattamente l'opposto: il maiale non è un animale. 
Mi rendo conto di quanto sia difficile accorgersene per chi è ancora immerso in una cultura che segna confini discriminatori fra specie credendo di esserne uscito e riproponendosi di sensibilizzare proprio al riguardo di tale problematica. In sintesi, il loro intento era quello di raccogliere fondi per aiutare gli animali del loro rifugio, e preoccupate del fatto di non riuscire a raccoglierne abbastanza, hanno pensato bene di inserire cadaveri di altri animali (e derivati, che non sono certo da meno) nel loro menù per assicurarsi la partecipazione di un buon numero di onnivori (vale a dire coloro che nei loro scopi si ripropongono di sensibilizzare riguardo allo sfruttamento animale e che proprio in tale occasione avrebbero avuto modo di avvicinare). Il punto fondamentale, e anche più indicativo direi, è che non sono riusciti a vedere in tutto ciò nessuna incongruenza, e che né loro né tanto meno i due/tre appassionati sostenitori che hanno consumato la tastiera a furia di digitare frasi senza senso, sono stati in grado di comprendere le critiche che gli sono state mosse, per quanto gli siano state illustrate e spiegate accuratamente. Gli è stato mostrato quanto fosse illogico in generale ed oltretutto contrastante con gli scopi della loro associazione cercare di aiutare alcuni animali a discapito di altri che non valgono di certo meno, quanto non esistano animali di serie A e animali di serie B, quanto il logo della locandina, in cui apparivano anche animali "da fattoria" e la scritta "in difesa di tutti gli animali", contrastasse fortemente con il menù riportato alla sua sinistra. Nulla da fare. Completamente fuori strada. Non solo le loro risposte miravano a cercare delle pecche in chi voleva farli riflettere (secondo la logica del tutti colpevoli tutti assolti) piuttosto che ammettere la cantonata presa e, soprattutto, l'offesa perpetrata nei confronti del maiale, vero soggetto in quanto titolare di diritti, come loro affermano senza sapere neanche cosa significhi; no, si inoltravano anche in una sterile e fuorviante polemica sui destinatari del menù e su altre irrilevanti questioni. Ne sintetizzo qualcuna: "Non è una cena rivolta a voi vegani, la prossima volta la faremo per voi" - "Invece che pensare agli animali vi dà fastidio sedere a tavola vicino a degli onnivori o che i loro soldi vadano in difesa degli animali sfortunati" - "Invece che pensare ai veri problemi ci si concentra su cosa si mangia" e, per finire, il classico "Ognuno è libero di scegliere e di mangiare ciò che vuole e le nostre scelte vanno rispettate come noi rispettiamo le vostre". 
Qui mi si è aperto un mondo, davvero. Qui ho capito cosa significa dire a parole "il maiale è un animale" pur avendo la testa che non riesce affatto a vederlo e sentirlo come tale, nonostante qualunque meritevole sforzo. Se tutto ciò su cui ci si è riusciti a concentrare sono state le preferenze alimentari degli ospiti, il fastidio per il vicino di tavola, le tasche da cui sarebbero usciti i soldi, o peggio ancora, la libera scelta del "cosa" mangiare.. non mi sorprende affatto l'intera strutturazione dell'evento, e ciò che prima mi appariva come un controsenso mi sembra ora semplicemente logico e coerente. Si, perchè il maiale, ribadisco, non è un animale. É un "cosa" mangiare, non un individuo, e precisamente l'individuo di cui si parla in quel dato momento. Il maiale praticamente non esiste, nel discorso non lo si prende neanche in considerazione. Tutto viene ricondotto ad un dibattito tra due parti in gioco; poco importa se è di una terza parte che si sta parlando, se è il rispetto nei suoi confronti quello su cui si vuole far riflettere. I veri problemi sono altri, sono gli animali sfortunati del rifugio, i cani abbandonati nei canili; è ridicolo concentrasi su questioni minori e prive di importanza, come ad esempio l'allevamento, lo sfruttamento da parte dell'uomo di milioni di creature che nascono con un destino già segnato e che non conosceranno altro nella vita se non privazioni e morte. Certo, perchè questo non è considerato, non si sta parlando in realtà dello sfruttamento dell'animale maiale, ma solo del cibo che è nel piatto, che è qualcosa di diverso e che rimane confinato in una sfera separata. Eppure, proprio questo genere di risposte, volte a minimizzare il problema e a persuadere della sua inesistenza, sono quelle che più mi fanno capire quanto il problema in realtà esista e sia anche piuttosto grave. 
Si è parlato di cultura, di quanto sia radicato il mangiare animali a livello culturale, e quindi normale, ma il paragone con le abitudini culturali di altre popolazioni che si nutrono degli animali a favore dei quali loro hanno indetto la cena ha fatto semplicemente rabbrividire. É stato considerato offensivo, come se nei confronti di un cane anche un'abitudine culturale fosse da considerasi inaccettabile. Piuttosto che renderli coscienti del controsenso (come lo sarebbe indire una cena a favore dei maiali servendo cani affinchè possano accorrere anche ospiti cinesi e coreani per racimolare più soldi), non li ha smossi minimamente dalle loro posizioni, dimostrando ancora una volta quanto in realtà, nonostante tutte le belle parole, il maiale non sia a tutti gli effetti un animale e non goda quindi della stessa considerazione di cui godono altri animali a cui ipocritamente lo equiparano in quanto a diritti. 

"We do not see things as they are, we see things as we are", scriveva la scrittrice statunitense Anaïs Nin. Come darle torto? E infatti, proprio perchè le cose non si è stati in grado di vederle obbiettivamente per quello che erano e per quello che sono, per sottrarsi alla contraddizione non hanno cambiato menù, come molti gli avevano proposto di fare, offrendosi anche di cucinare per loro, rifare la locandina e partecipare (portando fondi) ad una cena finalmente cruelty free; hanno tolto il logo, così che non sia più menzionata la difesa del generico "animali". 

Caro Derrida, mi rincresce dirlo, ma mi sa tanto che ti sbagliavi; da quella compressione ontologica qualcuno è riuscito a sottrarsi eccome. Ed è riuscito, sempre ontologicamente, a materializzarsi altrove. Sotto forma di filetto.


giovedì 24 ottobre 2013

"Carne da macello"


Parlo da donna. E ciò che mi indigna, in quanto donna, non è il fatto di essere considerata "carne da macello", bensì il fatto stesso che esista una "carne da macello" a cui poter essere paragonata, quel referente-assente il cui significato originale è stato svalutato per divenire metafora di qualcos'altro ed essere così incluso all'interno di una gerarchia antropocentrica. Proprio noi donne, spesso vittime di discriminazione e mercificazione, attente in molti casi a tematiche di tipo sociale come il sessismo, dovremmo capire che qualunque forma di discriminazione si sviluppa dalla medesima radice; che si tratti di una differenza di razza, di sesso o di specie, la discriminazione è attuata sempre nei confronti del "diverso da sè", chiunque egli sia, e a seconda dello staus di colui che la attua, che sia bianco occidentale, uomo o ancor più semplicemente umano. Se io mi indignassi per il paragone con la "carne da macello", ma non per la "carne da macello" in sè, ritenendo di avere un diritto maggiore a non essere discriminata e mercificata, non farei che riprodurre lo stesso meccanismo a cui tento di oppormi, e il mio punto di vista specista avrebbe la stessa identica validità del punto di vista sessista di cui sono vittima. Pensateci.


Questo l'articolo della Repubblica Napoli.it, in cui si parla dell'indignazione delle utenti.

mercoledì 23 ottobre 2013

Perversione



Eppure esiste addirittura qualcuno a cui viene in mente di paragonare l'industria del latte alla predazione. Questo non fa che dimostrare quante acrobazie mentali si è disposti a compiere pur di convalidare le proprie aprioristiche certezze e mantenersi al riparo dalla scomodità del ragionamento e della messa in discussione di quanto si è sempre dato per scontato senza peraltro mai essersi interrogati al riguardo. Per chi non lo sapesse, le mucche non "fanno il latte". Eh no, non sono dei distributori, anche se ci vengono sempre dipinte come tali fin da quando siamo bambini, martellati da immagini e disegni in cui le mammelle sono praticamente più grandi delle mucche stesse, così che siano l'unica cosa a rimanerci impressa e a farci istituire un collegamento automatico con l'animale e la sua "funzione". Le mucche sono dei mammiferi, esattamente come noi animali umani. E per entrare nella fase della lattazione, esattamente come noi, devono partorire. Ne consegue che per produrre latte in continuazione, devono partorire in continuazione. I nascituri indesiderati non sono altro che scarti, a cui non si può permettere di nutrirsi del latte materno destinato dall'industria al consumo umano, rivolto ad individui già svezzati da tempo che non ne hanno alcun bisogno se non per togliersi lo sfizio di un cappuccino o di una torta o di un gelato (per altro realizzabili con una sconfinata varietà di alternative, altrettanto buone e maggiormente salutari). Queste meravigliose creature, piene di voglia di vivere e capaci di instaurare dei fortissimi legami emotivi, vengono separate immediatamente dalle loro madri e assassinate affinchè non consumino ciò che era a loro, e solamente a loro, riservato. Cosa ha a che fare tutto questo con la predazione? Il leone modifica forse geneticamente una mucca affinchè produca più latte? La insemina artificialmente affinchè abbia ripetute gravidanze? Uccide i suoi figli per rubare il suo latte? No, mi dispiace. Se vogliamo ragionare seriamente c'è la massima disponibilità, purchè il dialogo sia informato, costruttivo, libero da pregiudizi e non rivolto esclusivamente a sopraffare l'altro pur di uscirne indenni e non essere costretti a mettere in discussione i propri dogmi (perchè a questo punto, davanti ad una tale cecità e volontà di mantenerla a tutti i costi, è proprio il caso di parlare di dogmatismo). Mettere in atto un processo del genere, anche piuttosto complesso a livello di ingegno, attraverso il quale diviene possibile rubare il latte di un'altra specie e nutrirsene pur non avendone bisogno eliminando gli svantaggi economici che necessariamente ne deriverebbero, non ha nulla a che fare con l'istinto di sopravvivenza. É razionalità, calcolo allo stato puro; quel tipo di calcolo razionale che sconfina nella perversione.


Essendomi stato contestato l'utilizzo dei termini "razionalità" e "razionale", ci tengo a specificare in quale accezione li ho utilizzati e con quale significato. Considero il fatto di bere il latte di un'altra specie un qualcosa di altamente IRrazionale, così come considero IRrazionale il fatto di non porsi domande al riguardo dando per scontato che sia normale così e basta. La "razionalità" a cui mi riferivo è quella, in accezione puramente negativa, che spinge lucidamente a fare calcoli e a perseguire il proprio utile a discapito degli altri, riuscendo perfettamente nell'intento. Quella in grado di partorire le invenzioni più abiette; quella della mente fredda che misura, valuta i pro e i contro e poi calpesta chiunque intralci il suo cammino pur di eliminare gli svantaggi. Il consumatore è certamente irrazionale, ma l'uso della razionalità (nel senso sopra spiegato) di certo non è mancato nello strutturarsi dello sfruttamento sistematico di quelle povere creature.

Vorrei inoltre precisare anche il significato che attribuisco al termine "perversione" in tale contesto. Lungi dal ritenere perversi in senso stretto gli allevatori dell'industria lattiero-casearia (che altro non sono che imprenditori che svolgono il loro triste lavoro utilizzando gli strumenti di cui dispongono e che gli sono purtroppo consentiti dalla legge), ritengo invece che sia il meccanismo stesso ad essere perverso, e perverso nel senso di "calcolo geniale". Si usa infatti spesso l'espressione "mente perversa" proprio per indicare una "mente geniale" con valenza negativa, in grado di ordire qualunque efficientissima trama al fine di raggiungere i propri obiettivi.

Rispettare il "diverso"



Non si tratta di "innalzare" gli animali non umani al livello di quelli umani, nè di dimostrare quanto siano intelligenti e di quali mirabili facoltà siano dotati affinchè gli possano essere riconosciuti un valore e una dignità. Non esistono livelli, non esistono un sopra e un sotto; non esistono gerarchie da scalare. Parlare di minore o maggiore evoluzione è fuorviante, poichè i termini "maggiore" e "minore" implicano il riferimento ad un parametro, che è funzionalmente un parametro umano e di conseguenza antropocentrico. Il rispetto dell'altro, per essere davvero tale, dovrebbe invece configurarsi necessariamente come rispetto della diversità, come riconoscimento di un valore in ciò che è distante da sè e in cui non ci si rispecchia, altrimenti resterà sempre e soltanto una sterile contemplazione del proprio riflesso.


domenica 9 giugno 2013

Che fine ha fatto la dignità?

La sezione italiana del CIWF (Compassion in World Farming) ha lanciato il 30 maggio scorso una campagna dal titolo "Sonodegno" al fine di richiamare l'attenzione dei consumatori sulle orribili privazioni subite dagli animali da reddito - nello specifico i suini - all'interno degli allevamenti intensivi, e con l'intento di denunciare "le inutili crudeltà a cui sono sottoposti a milioni ogni anno".
Gli argomenti su cui si fa leva ruotano attorno al riconoscimento di tali animali quali esseri senzienti, dotati di una propria individualità e di una propria dignità intrinseca, e si articolano mediante l'istituzione di un parallelo con i cosiddetti "animali da affezione" e mediante la rivalutazione di alcune caratteristiche loro connaturate quali intelligenza, socievolezza ed istinto materno. 
Riporto alcuni estratti dal sito della campagna:

"Un maiale – cucciolo o adulto – non è diverso, dal punto di vista dell’intelligenza e della capacità di sentire, da un cane o da un gatto. La differenza è solo nello sguardo di chi lo osserva. Al pari degli animali da compagnia, anche quelli da allevamento sono creature intelligenti e individui unici. Eppure, persino in aree del mondo come la nostra che vantano una cultura cosiddetta evoluta, è tollerato che milioni di animali siano trattati in una maniera in cui non ci sogneremmo mai di trattare i nostri cani o i nostri gatti."

E ancora:

"La scrofa è una madre amorevole. In natura, prima di partorire, cerca materiali come foglie o rami per costruire un nido sicuro per i suoi piccoli. Il suo istinto materno è così forte che lo prepara anche quando dispone già di lettiera di paglia. [...] Prima di sdraiarsi esplora con il muso tutto lo spazio circostante, per assicurarsi che non vi sia nessuno dei suoi piccoli. Se per caso un cucciolo rimane sotto di lei, al primo richiamo la scrofa si rialza immediatamente, e controlla che non gli sia successo nulla."

Mi risulta piuttosto difficile credere che nello sguardo di chi sostine che "la differenza è solo nello sguardo di chi lo osserva" non continui a riprodursi, di fatto, tale stessa differenziazione. E questo perchè il parallelo istituito con gli animali da affezione non ha affatto l'intento di disincentivare il consumatore esortandolo a non fare distinzioni e a riservare ai suini lo stesso identico trattamento riservato a cani e gatti; l'intento della campagna, in realtà, è quello, ancora una volta, di indirizzarlo verso un consumo consapevole, compassionevole e volto, paradossalmente, al rispetto della propria merce di consumo (vedasi la sezione dal titolo "Le alternative"). L'accento è posto sulla considerazione marginale che milioni di animali sono trattati in un modo in cui non ci sogneremmo mai di trattare il nostro cane e il nostro gatto, ma sorvola elegantemente sulla questione fondamentale, e cioè che in realtà non ci sogneremmo mai neanche di allevare il nostro cane o il nostro gatto a fini alimentari o per qualunque altro fine che non sia una convivenza basata sullo scambio tra due individui che vivono per se stessi e non l'uno come merce per i fini dell'altro.

L'interessamento alle condizioni degli animali considerati res all'interno delle società umane è da considerarsi senza dubbio apprezzabile, salvo la contraddizione fin troppo manifesta su cui qualunque campagna welfarista si struttura. Il riferimento al "benessere" e alle cinque libertà di cui l'animale non umano avrebbe il diritto di godere è altamente incompatibile con il ruolo che egli stesso ricopre all'interno del sistema produttivo, ancor più nel momento in cui si fa esplicito riferimento alla sua individualità. Parlare di individualità, proponendo dunque la sostituzione della concezione dell'animale quale merce rinnovabile con una nuova concezione che tenga conto delle sue esigenze in quanto individuo unico, ha delle conseguenze enormi che non possono in alcun modo venire ignorate come di fatto ripetutamente accade. Si tratta, in primis, di stabilire se l'animale sia un oggetto o un individuo, e ciascuna delle due alternative comporta delle differenze sostanziali nel modo di pensarlo e di trattarlo. Un individuo non necessita di leggi per la regolamentarizzazione del suo sfruttamento, in quanto è la legittimità stessa dello sfruttamento a crollare dinnanzi alla sua incompatibilità con il riconoscimento dei diritti fondamentali dell'individuo. Un oggetto, se di un oggetto si tratta, può essere invece liberamente utilizzato e sfruttato a seconda di quanto le esigenze lo richiedano.
La contraddizione insita nell'approccio welfarista e, nel caso specifico, nella campagna "Sonodegno", ricalca quella che è la grandissima contraddizione legislativa al riguardo della tutela degli animali. L'art. 544-bis del codice penale recita che "Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona la morte di un animale è punito con la reclusione da quattro mesi a due anni", lì dove, in merito alla definizione di "crudeltà", la Corte di Cassazione stabilisce che "la crudeltà è di per sé caratterizzata dalla spinta di un motivo abbietto o futile. Rientrano nella fattispecie le condotte che si rivelino espressione di particolare compiacimento o di insensibilità con atti concreti di crudeltà, ossia l'inflizione di gravi sofferenze fisiche senza giustificato motivo". La norma nasce dall'esigenza "di tutelare l'esistenza in vita di qualsiasi animale domestico, selvatico o addomesticato, ponendolo al riparo da atti di crudeltà o non necessari". Particolare attenzione merita la definizione del concetto di assenza di necessità, che per la Corte di Cassazione identifica, oltre alla legittima difesa, "ogni altra situazione che induce all'uccisione o al danneggiamento dell'animale per evitare un pericolo imminente o un danno giuridicamente apprezzabile".

Ora, alla luce del fatto che quello di necessità dovrebbe essere un concetto ben definibile, facilmente individuabile lì dove non esiste un'alternativa (nonostante poi gli venga attribuito un significato del tutto arbitrario) e alla luce del fatto che è stato ampiamente dimostrato che il consumo di animali e loro derivati NON è affatto necessario (divenendo quindi una questione di comodità, di gusto, e quindi uno tra i motivi più futili), la legge dovrebbe quanto meno rivedere le proprie formulazioni e prendere atto delle conseguenze che dette formulazioni comportano. É piuttosto deviante e ingannevole parlare di "benessere" e di norme contro il maltrattamento all'interno di un contesto che può in tutto e per tutto, in virtù dell'assenza di necessità, considerarsi esso stesso una forma di maltrattamento e - volendo essere ancora più precisi - la forma più alta di maltrattamento concepibile, in quanto privazione dell'individuo del diritto fondamentale alla vita. Campagne volte alla promozione del benessere degli animali da reddito, nonostante dichiarino di avere seriamente a cuore la cura dell'animale non umano, non tengono in realtà minimamente conto di una possibile alternativa; se l'obiettivo fosse quello di essere realmente compassionevoli, probabilmente si orienterebbero verso la promozione di una concezione nuova, volta seriamente al riconoscimento della sua individualità e all'abbandono, semmai graduale, di una visione che lo condanna ad oggetto di proprietà di cui disporre. Ma l'obiettivo, fin troppo visibile, non è affatto "essere" compassionevoli, bensì "mostrarsi" tali, al fine di tacitare il senso di colpa del consumatore - che tra l'altro si deresponsabilizza ulteriormente imputando la colpa delle sofferenze all'allevatore "cattivo" - e di continuare a promuovere il consumo di "prodotti animali" (che nel frattempo, per loro bocca, sono diventati paradossalmente individui), assicurandosi che non vi sia un calo dovuto all'emergere di una nuova consapevolezza. Già il ricorso al concetto di compassione dovrebbe quanto meno renderci scettici: l'animale non umano non è un nostro pari, con uguali dignità e diritti, ma qualcuno (o qualcosa) da guardare dall'alto al basso, a cui si può scegliere di riservare un trattamento tutto sommato migliore e a cui rivolgere un pensiero mentre facciamo la spesa, informandoci magari di quale sia stata la sua storia prima di finire a pezzi nel nostro carrello.

É d'obbligo, inoltre, precisare quanto un tale approccio non solo sia inaccettabile da un punto di vista etico per gli evidenti motivi di cui sopra, ma anche incurante della sua irrealizzabilità da un punto di vista pratico. In un mondo sempre più in crisi a causa dello scarseggiare delle risorse e in cui una particolare attenzione è rivolta alla questione della sostenibilità, si rende necessario riflettere un attimo e focalizzarsi sul perchè della nascita dell'allevamento intensivo. Questo tipo di allevamento nasce da un'esigenza di ottimizzazione delle risorse, concepito in maniera tale da fornire una risposta adeguata e funzionale alla crescente richiesta del mercato. La logica che lo guida è la massima quantità di prodotto al minimo costo e utilizzando il minimo spazio. L'allevamento intensivo, e con esso le privazioni che gli animali in quanto prodotti sono costretti a subire, è l'inevitabile conseguenza di una richiesta elevata. Orientare tale richiesta verso altre forme di produzione, senza portare avanti un serio impegno che miri alla disincentivazione, è inattuabile in termini pratici e di profitto, salvo trasformare il "rispettoso" allevamento biologico - in cui comunque non mi risulta che gli animali si intrattengano spontaneamente e che muoiano di morte naturale come per un individuo ci si potrebbe auspicare - nel nuovo allevamento intensivo del futuro, destinato a mutarsi per far fronte ad una richiesta non più ristretta ma su scala globale.

Le immense contraddizioni insite in tale approccio poggiano sempre su di una visione dell'animale non umano che non riesce a collocarsi in un punto ben preciso, destinata a permanere in un limbo in cui, volontariamente e funzionalmente, individualità e mercificazione si sovrappongono e confondono fino a creare un tutt'uno indistinto in cui non esistono diversificazioni di sorta. É importante, invece, esigere una risposta chiara, nonchè il riconoscimento e l'applicazione di ciò che consegue a tale risposta: se l'animale non umano è un oggetto, come tali campagne lasciano ancora supporre invitando il consumatore a non abbandonarne l'uso (che sia compassionevole o meno è davvero cosa di poco conto), il suo utilizzo a livello intensivo è pienamente giustificato, proprio in quanto oggetto di proprietà da sfruttare a seconda delle esigenze di chi lo detiene appositamente a tal fine; il perseguimento del suo benessere in quanto merce non potrà mai tramutarsi in un sacrificio della logica del profitto e delle esigenze - se pur futili - del consumatore umano. Se invece gli si attribuisce lo status ontologico di individuo, come tuttavia "Sonodegno" sembra voler fare, dovrebbe essere il concetto di proprietà stesso a crollare, e con esso quello della legittimità delle pratiche non solo di sfruttamento, ma anche di utilizzo; appare evidente, allora, come l'allevamento biologico cessi seduta stante di configurarsi come un'alternativa possibile.
 
Ricapitolando. "Sonodegno". 
Sono degno di cosa, esattamente? 

Senza ombra di dubbio c'è un estremo bisogno di campagne; ma non di campagne rivolte al riconoscimento della dignità dei suini o di qualsiasi altro animale da reddito, bensì intente nell'accurata ed incessante ricerca del significato ormai perduto del concetto stesso di dignità.

mercoledì 27 marzo 2013

E.. vabbè... ma.. che c'entra???

"Ritieni che le donne vadano rispettate?" "Certo che si!"
"Le stupri?" " Ma no!"
"E perchè no?" "Proprio perchè le rispetto!"

"Ritieni che i bambini vadano amati?" "Certo!"
"Li molesti?" "Ma cosa ti viene in mente? Assolutamente no!"
"E perchè no?" "Perchè è ovvio! Se li amo non li molesto e odio chi lo fa!"

"Ritieni che gli animali vadano rispettati e abbiano i nostri stessi diritti?" "Certo, loro non sono al nostro servizio, è atroce la sorte che l'uomo ha destinato loro ed è profondamente ingiusto, tutto questo non dovrebbe esistere!"
"Li mangi o prendi parte al loro sfruttamento?" 

"E.. vabbè... ma.. che c'entra???"


I meccanismi di questo dialogo immaginario, che fin troppo spesso, se non sempre, vediamo agire nella mente dei nostri interlocutori, sia che essi siano persone prive di qualunque sensibilità nei confronti degli animali ma anche, per contro, loro amanti, o addirittura attivisti animalisti che si indignano profondamente per le ingiustizie commesse nei loro confronti e che ogni giorno si battono per mettervi fine, ci forniscono una tangibile evidenza di quanto la società in cui viviamo provochi in noi un'alienazione, uno sfalsamento di livelli ed una distorsione nella percezione che ci porta a fallire miseramente nell'obiettivo di ricongiungere i piani e di riuscire a cogliere, mettendo più sensazioni a confronto, quella componente grottesca e priva di senso che attraversa molti di quegli assunti presentati e sentiti come quanto di più ragionevole possa essere concepito.
La nostra cultura ci insegna che è possibile amare gli animali e al tempo stesso sfruttarli, ucciderli, rendersi complici di una mentalità che li considera oggetti e che li priva della loro dignità. E noi la accogliamo, senza notare il benchè minimo contrasto, come fosse ragionevolmente possibile. Le due cose restano separate, senza che l'una escluda l'altra. Questo salvagente fa si che chiunque possa sentirsi confortato abbastanza nel declinare le proprie responsabilità, e percepire come un'intransigente esagerazione la logica, e questa volta davvero ragionevole, esclusione di una delle due affermazioni.

Se mettiamo a confronto le varie domande e le varie risposte del nostro dialogo immaginario, ci accorgiamo con estrema evidenza di quanto non siano i fatti ad essere differenti, ma la nostra percezione di essi, le nostre sensazioni riguardo ad essi. E la nostra percezione è diversa perchè, inconsapevolmente, diversa è la nostra considerazione del soggetto che prendiamo in esame. Ce lo ha insegnato una cultura (o società, o sistema) in cui siamo immersi e che abbiamo interiorizzato nostro malgrado, e abbiamo imparato a valutare la gravità o non gravità di una pratica, o la rilevanza o non rilevanza del prenderne parte (sempre od accasionalmente) in base ai dettami di questa cultura. Anche quando siamo fortemente convinti di rifiutarla o di averlo già fatto. Questo mi ha indotto più volte, nel corso delle mie analisi, a trarre la negativa e sconfortante conclusione che nell'essere umano non sia tanto una morale individuale a prevalere, quanto una "morale sociale".

Urge la necessità, prima ancora di combattere la realtà dello sfruttamento animale, di combattere all'interno di noi stessi quelle strutture di pensiero indotte che hanno offuscato e sfalsato la nostra genuina capacità di riflettere, di cogliere le evidenze, di sentire e di stabilire connessioni. Strutture di pensiero che rendono quello sfruttamento possibile, e che rendono possibile il nostro prenderne parte, lasciandoci, nonostante ciò, al sicuro nella confortante percezione che questo possa andare d'accordo con il significato di parole quali "amore" e "rispetto". 
Forse, prima ancora di lottare, urge la necessità di capire contro cosa e per cosa, in realtà, stiamo lottando.




domenica 17 febbraio 2013

La bisnonna di Rosita. Il paradosso che si svela.

Una sera, a tavola, mi è capitato di imbattermi in questa rassicurante quanto “curiosa” pubblicità. Nulla di raccapricciante; un’innocua pubblicità della Mulino Bianco, come tante di quelle che siamo abituati a vedere e costretti a sorbirci con un sarcastico sorriso sulle labbra – essendo ormai stanchi di questa fin troppo manifesta ipocrisia – di cui il tema del benessere degli animali, tanto in voga negli ultimi tempi in questa società perbenista e scrupolosamente attenta ai diritti del prossimo, sembra essere la colonna portante. Di fatto lo è. Ma analizziamola attentamente.
Due bambini, con una bianca gallina alle spalle di nome Rosita e con in mano un ritratto della sua bisnonna, si rivolgono alla loro cara amica ovaiola discorrendo di quanto la sua defunta antenata sarebbe felice di saperla non rinchiusa all’interno di una gabbia. Il tutto accompagnato da sorrisi compiaciuti e da ampie risate di genuina felicità e soddisfazione. La pubblicità termina con un primo piano del payoff “Mulino Bianco. Un mondo buono”, a seguito della precisazione che la suddetta casa utilizza solo uova provenienti da galline allevate a terra. Io, personalmente, sono stanca di assistere allo spettacolo di una realtà deformata, e deformata non solo perché anche gli allevamenti a terra non sono poi quei paradisi ovaioli che tutti vorrebbero far credere. La realtà è deformata e altamente paradossale per dei motivi che a mio avviso si trovano a monte, ma forse meno facilmente individuabili, soprattutto da chi, spettatore, accetta quella distorta realtà dei fatti con il classico velo di abitudine che ha reso opaco il suo sguardo – e lo sguardo di un’intera collettività – sin dalla nascita. Basti pensare a quanti, magari anche sostenitori dei diritti degli animali, di fronte a tale pubblicità sorriderebbero rincuorati andando fieri della Mulino Bianco, senza rendersi conto di qual è il vero messaggio che alla fine, spogliato della prima sensazione di sollievo e approvazione nei confronti di un diritto giustamente riconosciuto, rimane lì inceppato a stridere. O per lo meno dovrebbe. Si tratta dell’ennesima conferma di quanto le situazioni vengano esposte e recepite in base a dei parametri sfalsati rispetto a quelli che vigono all’interno della società dell’animale umano. Dell’implicita differenziazione di valore intrinseco – più o meno consapevole – che viene effettuata, data e presa per buona (e soprattutto come normale), comportando una conseguente differenziazione nel modo di proclamare e di recepire un diritto. Ora, dimentichiamo per un attimo la condizione in cui le galline sono costrette a vivere all’interno degli allevamenti intensivi. Dimentichiamo tutto ciò che conosciamo a proposito del loro sfruttamento, compreso il trattamento dei pulcini maschi, in virtù della loro inutilità. E dimentichiamo anche il tragico destino verso cui esse inevitabilmente corrono, tanto negli allevamenti intensivi quanto in ogni altro tipo di allevamento, compreso quello a terra. Quello che vi sto chiedendo, in sostanza, è di non pensare a ciò a cui è più facile pensare, e cioè al loro trattamento e alla loro fine. Immaginiamo un ipotetico quanto fantomatico paradiso – che potrebbe benissimo essere quello del contadino locale che dispone soltanto (e facciamo già attenzione al verbo “disporre”) di due o tre galline per il proprio sostentamento – in cui non solo le nostre amiche sono libere di razzolare nell’erba e vengono trattate con i guanti bianchi, ma in cui gli viene anche assicurata una dignitosa morte di vecchiaia.
Certamente, e non è ciò che miro a negare, una gallina che vive in un luogo del genere è immensamente più fortunata rispetto alle sue compagne che vivono in gabbia, ed è immensamente più fortunata rispetto a quelle altre che, se pur allevate a terra, sono stipate in dei capannoni. È più fortunata da ogni punto di vista, sia da quello del trattamento, che da quello della sua sorte. Ma c’è qualcosa che forse sfugge, e per riportarlo al luogo che dovrebbe competergli desidero rifarmi al concetto di “valore intrinseco” a cui prima ho accennato e alla definizione del concetto di dignità, contestandone al tempo stesso il punto di vista fortemente antropocentrico, delineata dal filosofo tedesco Immanuel Kant. Così scrive in “Fondazione della metafisica dei costumi”:

Nel regno dei fini tutto ha un prezzo o una dignità. Ciò che ha un prezzo può essere sostituito da qualcos’altro a titolo equivalente; al contrario, ciò che è superiore a quel prezzo e che non ammette equivalenti, è ciò che ha una dignità [...] Ciò che permette che qualcosa sia un fine a se stesso non ha solo un valore relativo, e cioè un prezzo, ma ha un valore intrinseco, e cioè una dignità.”
L’umanità [l'essere uomo] è essa stessa una dignità: l’uomo non può essere trattato dall’uomo (da un altro uomo o da se stesso) come un semplice mezzo, ma deve essere trattato sempre anche come un fine.”

So benissimo come Kant si serva di questa formulazione per farne motivo di discriminazione degli esseri viventi che non appartengono alla specie umana. Sempre parlando dell’uomo, prosegue infatti affermando:

In ciò appunto consiste la sua dignità (personalità), ed è in tal modo che egli si eleva al di sopra di tutti gli esseri viventi che non sono uomini e possono servirgli da strumenti.”

In “Metafisica dei costumi” leggiamo inoltre:

L’uomo considerato nel sistema della natura (homo phaenomenon [elemento del mondo sensibile], animale razionale), è un essere di importanza mediocre ed ha un valore modesto (pretium vulgare) che condivide con tutti gli altri animali che produce la terra. Ma considerato come persona, e cioè come soggetto di una ragione moralmente pratica, l’uomo è al di sopra di qualunque prezzo. Perché da questo punto di vista, come homo noumenon [membro del mondo intelligibile], egli non può essere considerato come un mezzo per i fini altrui, o anche per i propri fini, ma come un fine in se stesso, e cioè egli possiede una dignità (un valore interiore assoluto) mediante cui costringe tutte le altre creature ragionevoli al rispetto della sua persona e può misurarsi con ciascuna di esse e considerarsi eguale ad esse.

Ciò che mi ha spinto a citare Kant – nonostante le sue teorizzazioni contengano un punto di vista diametralmente opposto al mio ed in un certo qual senso anche ciò che desidero contestare – lungi dall’essere un modo per innescare un dibattito filosofico per il quale non ho sufficiente competenza, è solo il desiderio di richiamare l’attenzione sul concetto di “valore intrinseco”. Il filosofo tedesco sostiene che tale valore sia da attribuire all’uomo in quanto soggetto di una ragione moralmente pratica e in quanto membro del mondo intellegibile. Io, in un eccesso di presunzione che per nessun motivo vuole essere denigratorio nei confronti dell’intelligenza e delle idee del filosofo – per altro già ampiamente analizzate e contestate da altri pensatori – ritengo che tale valore non abbia nulla a che vedere con lo status di soggetto razionalemorale, ma che vada attribuito all’uomo in quanto soggetto di vita, essere senziente, in grado di esperire il mondo, provare gioia e dolore, avere coscienza di se stesso in quanto essere. Tutto ciò che è stato riconosciuto (c’era poi bisogno di un riconoscimento?) anche all’infinità degli esseri che appartengono a quello che noi definiamo regno animale. Il valore intrinseco è un valore assoluto, dato a priori, che non ha bisogno di essere confermato. Ne consegue che un diritto nascente da tale valore esista di per sé, e che non abbia bisogno di essere concesso.
Tornando a Rosita, mi permetto di affermare che, lungi dall’essere una compassionevole concessione da parte dell’uomo che in tal modo viene visto come “buono” e “rispettoso”, non solo ha il diritto di non vivere in una gabbia, ma ha anche il diritto di non essere uno strumento e una proprietà di qualcuno, in quanto questo diritto si è affermato da solo nel momento stesso in cui è nata proclamandosi a se stessa e al mondo come essere vivente e senziente. Mi permetto di affermare che Rosita, come qualunque altro essere, dovrebbe essere, e di fatto è, di per sé un fine, non un mezzo.
Il paradosso che si svela agli occhi, di fronte ad una pubblicità del genere, è il riconoscimento di un diritto al benessere che al tempo stesso include il disconoscimento di un diritto più grande, che è quello ad esistere di per sé e per se stessi. Nell’ipotetico paradiso che ci siamo sforzati di immaginare prima, l’essere, per quanto rispettato e ben trattato, rimane pur sempre una merce che ha un prezzo. Non ha un fine che risiede in se stesso, ma il suo fine è quello del sostentamento dell’uomo che ne “dispone”, che lo “possiede”. È vero, tutti a questo mondo siamo anche degli strumenti; lavoriamo per qualcuno e per produrre qualcosa. Ma alla base di questo sistema ci sono dei patti e degli accordi, delle retribuzioni. La retribuzione, per una gallina e per qualunque altro essere, non potrà mai essere quella di essere tenuto in vita e di essere sfamato, e questo semplicemente per due motivi basilari: 1) perché la vita è un suo incontestabile diritto e non ha bisogno di essere riconosciuto ed accordato in cambio di qualcosa; 2) perché se l’uomo non fosse mai intervenuto appropriandosene, sarebbe stato in grado di sostentarsi da sè.
Oserei aggiungere che, dal mio punto di vista, fino a che esisterà anche un solo contadino che disporrà di una gallina per il proprio sostentamento, pur trattandola bene e lasciandole la possibilità di muoversi in totale libertà, nella mentalità collettiva quell’essere continuerà ad esser visto come produttore di qualcosa, e non come un essere fine a se stesso, e utilizzarlo sarà lecito, perché non saranno state decostruite la logica e l’ideologia dell’utilizzo. Se un solo contadino ha diritto di mangiare un uovo, considerandolo ancora come un qualcosa di giusto e “naturale”, non vedo per quale motivo dovrebbe essere il solo a farlo. Quindi, alla luce di tutto ciò, invito a fare molta attenzione nella valutazione di siffatti spot pubblicitari, nella maggior parte dei casi a prima vista innocui, e ad individuare dove ci si metta in mostra – magari in buona fede ed inconsapevolmente, non voltandosi a guardare a monte – concedendo un qualcosa che di per sé è già paradossale abbia bisogno di essere concesso. Per gli ideatori dello spot e per molti degli spettatori inchiodati (e bendati) davanti allo schermo, Rosita è fortunata perché non vive in una gabbia. Tanto di cappello. Ma per chi i paraocchi se li è strappati da tempo, sa guardare e andare a fondo, o anche semplicemente cogliere con i sensi, a primo impatto, la profondità di una questione senza doverla studiare ed elaborare, Rosita non può che apparire tristemente sfortunata, in quanto ancora vittima di una visione specista che la riduce ad un puro strumento, per il quale non ci si può augurare altro che il riconoscimento e la concessione di un benessere/diritto che in realtà era già pienamente suo, dato dal semplice fatto di esistere.

venerdì 15 febbraio 2013

La preghiera che condanna

Ovunque ci voltiamo, non possiamo fare a meno di imbatterci in immagini di animali, traboccanti di tenerezza, postate ed apprezzate da un'infinita varietà di persone che comprende animalisti, antispecisti, ma anche e soprattutto quella maggioranza di individui che non appartengono a nessuna di queste filosofie di pensiero. Individui che compongono quella massa che si incontra ad ogni istante per la strada, nei pub, nei negozi, sui mezzi pubblici.
È innegabile: gli animali attirano la nostra attenzione, popolano la gran parte del nostro immaginario. Suscitano in noi sentimenti benevoli, di dolcezza, di affetto. Ci spingono, attraverso quello sguardo che più di ogni altro sa penetrare nell'animo, ad interessarci alle loro vicende, alle loro relazioni, ai loro piccoli gesti. E ci inducono a preoccuparci sinceramente per loro, ad avere a cuore il loro benessere ed il loro "destino".
Tanto da dedicar loro una preghiera:

"A Prayer for Animals
 
Hear our humble prayer, O God, for our friends the animals,
especially for animals who are suffering;
for animals that are overworked, underfed and cruelly treated;
for all wistful creatures in captivity that beat their wings against bars;
for any that are hunted or lost or deserted or frightened or hungry;
for all that must be put death.
We entreat for them all Thy mercy and pity,
and for those who deal with them we ask a heart of compassion
and gentle hands and kindly words.
Make us, ourselves, to be true friends to animals,
and so to share the blessings of the merciful."

Queste poche righe, lette casualmente nel web, hanno suscitato in me un turbinio di sensazioni contrastanti. Se da un lato mi hanno fornito un'ulteriore evidenza di quanto gli animali siano presenti nei nostri pensieri, amati e considerati nella loro capacità di soffrire e di provare sensazioni spiacevoli da cui la maggior parte di noi vorrebbe preservarli, dall'altro hanno finito per riconfermare ai miei occhi una sconfortante realtà. Una realtà cristallizzata, che non sa guardare oltre se stessa. C'è qualcosa che stride in queste parole, qualcosa che non può essere ricongiunto, che non può formare un quadro armonico. Perchè pretende di amalgamare ingredienti che tra di loro non si possono legare, immagini che si annullano, anzichè intrecciarsi. Elementi il cui accostamento tenta di passare inosservato nell'artefatta omogeneità del testo, appellandosi alla consueta attitudine dello sguardo ad accettare inconsapevolmente la visione di paesaggi grotteschi senza percepirne minimamente le componenti paradossali.

Compassione e condanna non possono stringersi in un abbraccio. Quel sentimento di empatia che spinge chi lo prova a pregare per il benessere e la salvezza degli animali trattati ingiustamente, affamati, spaventati, non può arenarsi e chinare la testa davanti all'immagine di coloro che, inevitabilmente, "must be put death", non può non mettere in discussione tale presunta inevitabilità, quasi si trattasse di un imperativo giunto dall'alto e non di una realtà creata da noi, e che proprio per questo da noi può essere decostruita, nel segno dell'invocata giustizia.
Questa realtà non è un comandamento divino, nè una condizione data ed ineluttabile; è un'industria. Un'industria che si auto-alimenta derubandoci della facoltà di valutare la sua legittimità e di interrogarci al riguardo, presentando se stessa come un dato di fatto, come un meccanismo che deve attuarsi, o che più banalmante si attua, indipendentemente dal suo doversi o non doversi attuare. Un meccanismo percepito ormai come posto in essere prima ancora che tutto avesse un inizio, o peggio ancora, mai posto in essere, con conseguente impossibilità di concepirne un arresto.
Davanti al quale possiamo solo versare le nostre lacrime di dolore, o pregare.

La compassione non può prestare il suo silenzioso assenso ad una realtà profondamente ingiusta senza riuscire neanche per un istante a metterla in discussione e ad immaginarne una diversa. Perchè una realtà diversa esiste, ed è la più semplice, la più banale nella sua semplicità: una realtà in cui ognuno non ha nulla di più che i propri incalpestabili ed indiscutibili diritti. E se solo per un attimo ci decidessimo a guardare alla vita con i nostri occhi e non con quelli velati che ci hanno prima prestato e poi imposto affinchè aiutassimo ad accrescere il potere di chi ce li ha gentilmente prestati, allora le componenti di quei grotteschi paesaggi riaffiorerebbero, e lungi dal pregare sancendo la fine dell'inizio di ogni possibilità di cambiarli, ci ritroveremmo a biasimare noi stessi per non aver mai neanche supposto di doverlo fare.

domenica 10 febbraio 2013

"Why don't we ever ask why?"

Which is the mechanism that enables humane people to partecipate in inhumane practices?
Why can't we find a rational explanation for many of our behaviors and, expecially, why don't we ever ask why?
A very interesting conference by Dr. Melanie Joy, in english language, about the psychology of eating meat. It's worth the pain to take some time to listen carefully to her analysis, that could really help us understand what remains unvisible and unnamed behind our daily practices.

Quali sono quei fattori che spingono gli esseri umani a prendere parte a pratiche disumane? 
Perchè non siamo in grado di trovare spiegazioni razionali a molti dei nostri atteggiamenti e, soprattutto, perchè non ce ne chiediamo mai il perchè?
Credo davvero valga la pena di prendersi un pò di tempo per ascoltare attentamente questa conferenza della psicologa Melanie Joy in cui, con estrema chiarezza, vengono analizzate le motivazioni psicologiche e culturali della consuetudine di mangiar carne. Sebbene avessi già intrapreso un nuovo percorso e avessi già iniziato a rifiutare il sistema che ci circonda, ascoltarla mi ha dato nuove consapevolezze e mi ha fornito ulteriori risposte, perchè mi ha permesso di visualizzare in maniera concreta ciò di cui prima avevo soltanto una percezione a livello intuitivo; ciò che prima restava invisibile, inspiegato e senza nome.
Il video è in lingua inglese, ma sono riuscita a trovare in rete un pdf con la conferenza tradotta passo per passo, di cui lascio il link.
Auguro un buon ascolto ed una buona lettura a chiunque interessato.



 

sabato 9 febbraio 2013

"Be the change you wish to see"

Un tempo credevo che le scelte individuali non avessero peso. In realtà gliene davo moltissimo ed ero assolutamente convinta fossero l'unico vero motore di qualunque cambiamento; semplicemente, tendevo a non estendere questa considerazione alle mie. In poche parole, senza farlo volontariamente, escludevo me e le mie scelte dalla considerazione che avevo nei confronti delle scelte individuali in genere.
Poteva accadere, così, che mi trovassi a ritenere sbagliati e a condannare negli altri atteggiamenti e comportamenti che io stessa assumevo, collocandomi al di fuori di qualsiasi analisi e ritenendo inconsapevolmente che le motivazioni delle altre persone non valessero per me e che, viceversa, le mie non valessero per loro. Era come se già il fatto stesso di individuare in quei comportamenti qualcosa di sbagliato, mi ponesse nella stessa condizione di chi invece non li assumeva, permettendomi di dimenticare con estrema facilità quanto invece vi fossi dentro anche io. Nei momenti in cui mi accadeva di ricordarlo, perchè inevitabilmente prima o poi accade, soprattutto se si tratta di comportamenti che noi per primi condanniamo, un'altra difesa interveniva ad allontanare il problema: il mio cambiamento è inutile - non impedirà effettivamente nulla - dovrebbero cambiare tutti - dovrebbe cambiare il mondo.
Al tempo stesso, però, fatti da altre persone, questi discorsi mi apparivano a dir poco banali e stupidi. Vedevo chiaramente come fossero soltanto le solite scuse invocate per evitare le difficoltà del rendersi parte attiva, e ai miei occhi non potevano reggere, perchè qualunque difficoltà non avrebbe mai giustificato la mancanza di integrità personale.

Non mi rendevo conto che, senza accorgermene minimamente, quelle solite scuse che biasimavo, le stavo prendendo io stessa.

Molti erano i fattori che contribuivano a confondere la mia percezione. Riguardo alla realtà dello sfruttamento animale, non ho mai avuto seriamente bisogno di metterla in discussione, perchè in discussione per me ci era sempre stata. Non l'ho mai considerata normale, o naturale. Non ho mai invocato nessuna presunta necessità della sua esistenza. Riuscivo a guardarla dall'alto, e vista dall'alto non poteva che apparire ai miei occhi orribile e assurda. Non vedevo ancora quali fossero il vero sistema e la vera ideologia che si nascondono dietro il proporre con estrema naturalezza cose che la maggior parte di noi riterrebbe inaccettabili, se soltanto quel sistema non avesse lavorato a meraviglia, restando nell'invisibile e nell'anonimato, al fine di indurci ad accettare e a partecipare senza darci alcuna consapevolezza e responsabilità. Al fine di indurci a smettere di pensare, e di sentire. Non lo vedevo, ma percevivo me stessa al di fuori. Io pensavo, sentivo, e lo sentivo sbagliato. Ciò che mi sfuggiva, però, è che non avevo in realtà in me stessa alcuna forma di integrità, intesa nella sua accezione di integrazione di valori e comportamento. Quando lessi per la prima volta dell'esistenza dei vegetariani e dei vegani, ed ero molto piccola, ricordo che non ebbi mai nessun senso di avversione. Loro rappresentavano la libera scelta, erano la testimonianza vivente del fatto che a questa realtà ci si può sottrarre, e la si può contrastare, rimettendo in discussione l'impossibilità di fare altrimenti che molti sostengono, non pensando neanche che esista una scelta. Loro trasformavano, semplicemente esistendo, azioni e comportamenti considerati uniformi a livello sociale e quindi privi di responsabilità, in pura negligenza individuale. Per molti non è facile fare i conti con questa pura constatazione; sono molti i meccanismi di difesa che accorrono in questi casi, quali possono essere ridicolizzare chi si ha di fronte per non mettere in discussione se stessi, o aggredirlo perchè solleva interrogativi che non ci si vuole porre. Nessuno di questi meccanismi, però, ha mai agito su di me. Avevo invece una profonda stima, e forse, paradossalmente, è stato proprio questo ad alterare la mia percezione. Non mi sentivo affatto diversa, mi riconoscevo moltissimo in queste persone e nel loro modo di pensare e di sentire. Fino a trascurare come dato secondario il fatto che le mie azioni seguissero un'altra direzione.
Non mi dilungherò ora sul quando e perchè questo cerchio si sia chiuso ricongiungendo i suoi estremi. Non lo faccio perchè non lo ritengo rilevante. Sono svariati i motivi che portano a prendere coscienza, ad un certo punto della propria vita, dell'orrore che ci circonda o più semplicemente dell'incoerenza nel nostro modo di agire. E soprattutto, ogni esperienza è un'esperienza individuale, per quanto condivisa, e mostra caratteristiche differenti da persona a persona. Ciò che mi preme sottolineare e che considero davvero rilevante non è tanto il motivo per cui avviene, ma il modo in cui lo sguardo cambia in seguito e grazie al suo avvenire. E attraverso quel nuovo sguardo io, improvvisamente, ho capito. Ho capito quanto sia assurdo e incoerente lottare verbalmente contro qualcosa continuando a compierla attraverso le azioni, quanto sia ipocrita dispiacersi immensamente per qualcosa a cui si prende parte senza esercitare opposizione. Ho capito che attraverso le mie scelte individuali e attraverso la mia integrità posso contribuire ad un cambiamento portato avanti da altre singole individualità, come me, ma che insieme assumono una dimensione sociale. Ho capito che siamo noi a doverci liberare di ciò che nel mondo non vorremmo, invece di aspettare che il mondo cambi per noi, e che l'integrità consiste nell'agire semplicemente come se quel cambiamento nel mondo fosse già avvenuto. E ho capito che è solo la consapevolezza a darci questo potere. Perchè, come espone la psicologa Melanie Joy in una sua conferenza, "senza consapevolezza non c'è libera scelta".  

"With awareness we can choose to be active witnesses 
rather than passive bystanders. 
With awareness we can practice justice and exercise love. 
With awareness we can live more authentic and freely chosen lives
and truly become, as Gandhi said, 
the change we wish to see."











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